Sovraffollamento: non si punta più alle misure alternative, ma a costruire nuove carceri Stampa

di Elisa Benzoni

 

alganews.it, 11 luglio 2019

 

I detenuti nelle carceri italiane sono 10 mila più del consentito. Il governo con Decreto Legge "Semplificazione" prende posizione definendo un approccio di discontinuità con il passato: non si punta più alle misure alternative e a far scontare la pena fuori dal carcere ma si prevedono ampliamenti edilizi delle carceri esistenti e la realizzazione di nuove.

Che l'intervento edilizio, sia per quanto riguarda gli ampliamenti sia la riconversione di vecchi stabili, richieda tempo mentre siamo di fronte all'ossimoro della costanza dell'emergenza e a condizioni disumane, non è elemento che venga preso in considerazione.

"Sulle nuove carceri - commenta Riccardo Arena, direttore di Radio Carcere su Radio Radicale - ho difficoltà a capire le intenzioni del ministro Bonafede, visto che non ha ancora reso noto questo fantomatico piano carceri. Quanto alla riconversione di tre caserme, preoccupa il numero esiguo dei posti che si potranno ottenere rispetto al reale fabbisogno (già oggi circa 3.500 posti nelle carceri sono inutilizzabili) e preoccupano i tempi di realizzazione che non saranno rapidi. Il punto è che oggi nelle carceri c'è una vera e propria emergenza umanitaria che va affrontata subito e che non può attendere gli spot della politica".

Il carcere nasce tra Settecento e Ottocento per limitare l'utilizzo delle pene corporali, un modo insomma per rendere la punizione più umana. Poi assume, in alcune democrazie, diciamo, più evolute il compito di essere parte di un processo rieducativo che porterà il detenuto a ritrovarsi nella società consapevole e riabilitato, dopo aver scontato la pena. E questo è previsto, lo ricordiamo sommessamente, anche nella nostra Carta Costituzionale, quella più bella del mondo, e quella che sventoliamo alla bisogna.

Ora siamo di fronte, da un lato, a un nuovo limite superato per il sovraffollamento carcerario con 61 mila ospiti in un contesto italiano in cui i reati, dall'altro lato, sono in diminuzione da anni a prescindere dalla percezione del fenomeno criminalità-sicurezza (dato e percezione in rapporto inversamente proporzionale). Un fenomeno che sembra essere lo stesso in tutta l'Unione Europea (in Francia i reclusi erano 48 mila nel 2000 e oggi sono 74 mila; nel Regno Unito si è passati da 64 mila a 82 mila...).

Ci deve essere dunque qualcosa che non funziona in Europa e in Italia, nel sistema generale, e nel sistema particolare nell'esecuzione penale e nel comminamento delle pene. A dircelo sono banalmente i numeri e l'analisi logica di base: meno reati, più reclusi.

Ragioniamo poi su altri due punti che devono necessariamente essere, esattamente come l'analisi logica, alla base dei nostri ragionamenti. Il primo ha a che fare con il numero di persone recluse per pene inferiori all'anno: sono attualmente 1800 a cui si aggiungono le circa 2 mila persone quelle che devono scontare tra 1 e 2 anni.

Un dato significativo che spingerebbe all'utilizzo di pene alternative, spesso di difficile applicazione per mancanza di fissa dimora. Il secondo punto riguarda le recidive. Il 68 per cento di chi esce dal carcere torna a commettere reati; il 19 per cento per chi è affidato ai servizi sociali. Basterebbe questo. Mettere in fila i numeri dovrebbe essere automatico. Non è così. Intanto nel mondo e anche nel nostro paese si discute di abolizione delle carceri, ma il clima va in tutt'altra direzione.