Giustizia, la grande assente. Una situazione drammatica e comatosa Stampa

di Valter Vecellio

 

lindro.it, 22 agosto 2019

 

Sulla crisi di governo che si consuma in questi giorni si dice e si scrive di tutto, e il suo contrario. In tutti gli interventi, sia di quelli che sostengono l'operato dell'ormai ex Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, sia di quelli che l'osteggiano, un grande assente: la situazione comatosa e drammatica in cui versa la giustizia. Non costituisce motivo di urgenza e di allarme per nessuno, in quel Parlamento, in quei "Palazzi".

Eppure è di qualche giorno fa il tour nelle carceri del Partito Radicale; le relazioni che sono state puntualmente fatte al termine delle ispezioni, costituiscono un documento eccezionale e terrificante. Nulla di nuovo, per chi si occupa di queste cose. È questa la cosa terrificante: il nulla di nuovo che si coniuga con una indifferenza inquietante e grave.

Alcuni casi: a Tolmezzo sovraffollamento, carenze igieniche, mancanza di personale: "234 persone, di cui 198 in alta sicurezza, a fronte di una capienza regolamentare di 149 unità". A Palermo, l'Ucciardone è una "struttura monumentale che va chiusa: un centinaio di stranieri sono senza un mediatore culturale". A Taranto "condizioni igieniche al limite". A Bari "serve un nuovo carcere".

In tre giorni, Partito Radicale, Unione delle Camere Penali e Garanti dei Detenuti, hanno "ispezionato" una settantina di carceri. Innumerevoli, i problemi riscontrati. Per esempio, una questione di cui si parla poco e pochissimo si sa: la vera e propria pioggia di psicofarmaci. Il carcere da una parte ha il problema di una parte della sua popolazione che necessita di una coazione, seppur benigna; dall'altra, di quella coazione non ha necessità, ma la ricerca. La risposta è quasi esclusivamente farmacologica: il biperidene (farmaco antiparkinsoniano con effetti euforici); quietiapina (un antipsicotico); il clonazepam (una benzodiazepina che ad alte dosi ha effetti disinibenti) sono la scorciatoia chimica alle contraddizioni del carcere.

L'alternativa, la terapia psichiatrica, è quasi inesistente: la copertura medica dello psichiatra è riconosciuta come una necessità, ma il monte ore degli specialisti è di 105.751 ore: per 54 mila detenuti significa meno di due ore all'anno. A un certo punto il detenuto, ormai soggiogato, chiede all'infermiere dosi maggiori e pur di ottenerle fa rumore di notte, si taglia, ingoia oggetti, aggredisce agenti e compagni di cella. Nascono anche così i 261 suicidi avvenuti nell'ultimo quinquennio e i 6.000 casi di autolesionismo che si registrano ogni anno. Molti detenuti, in astinenza, fanno uso del gas dei fornellini, quelli che l'amministrazione penitenziaria dovrebbe sostituire da anni, per evitare che su 50 suicidi l'anno, dieci siano involontari e dovuti all'inalazione con un sacchetto infilato in testa.

Merita di essere segnalato un libro di recente pubblicazione: "Bisogna aver visto. Il carcere nella riflessione degli antifascisti", a cura di Patrizio Gonnella e Dario Ippolito, edizione dell'Asino. Si tratta di un'antologia di testi raccolti da Piero Calamandrei su "Il Ponte" nel 1949. I testi sono di personaggi di grande spessore: Vittorio Foa, Emilio Lussu, Ernesto Rossi, Gaetano Salvemini, Carlo Levi, Leone Ginsburg e altri. Tra loro, Altiero Spinelli: arrestato il 3 giugno 1927 a Milano; dieci anni in carcere tra Lucca, Viterbo e Civitavecchia; poi cinque anni al confino, a Ponza e Ventotene.

"A pensarci bene", scrive Spinelli, "credo che, per quanto si voglia trasformare e perfezionare il carcere, non lo si può modificare in termini sostanziale.

Naturalmente è possibile migliorare il cibo, rendere più igieniche le celle e le camerate, dare più svaghi e più lavori e simili. Ma ciò non altera il dato essenziale, che consiste nel tenere degli uomini in gabbia, nella impossibilità di sviluppare una vita normale, privi quasi completamente di una tutela giuridica. Vorrei perciò parlarti non già di questo o quel difetto da correggere nel sistema carcerario, ma del suo significato profondo.

Se non erro, il carcere è concepito comunemente come uno strumento di pena e di rieducazione alla vita civile. Per quel che possono valere le mie osservazioni ed esperienze, ti assicuro che si tratta di due grossolane mistificazioni.

Chi pensa che il carcere, comunque modificato, possa essere uno strumento di redenzione morale e sociale è vittima non di una illusione, ma di una ipocrisia. In realtà, se si ha un'idea di quel che sia la dignità umana, bisogna dire che nessuno ha il diritto di giudicare sulla redenzione di un altro essere umano, perché chi è obbligato a cercare che un tal giudizio sia reso su lui è con ciò stesso obbligato a dannarsi".