Lo scontro sulle carceri: poteri disciplinari agli agenti, la rivolta dei direttori Stampa

di Emilio Pucci

 

Il Messaggero, 7 novembre 2019

 

Il Decreto di riforma voluto da Bonafede rende autonoma la Polizia penitenziaria. Il Pd non ci sta e si schiera con i dirigenti: norma irricevibile, rischio militarizzazione. "È una norma irricevibile, così rischiamo di militarizzare le carceri, la cambieremo".

Il Pd si schiera al fianco dei 50 direttori di carceri italiane che, viene spiegato, hanno inviato una protesta formale al ministero della Giustizia.

Si sentono esautorati, ritengono - lo hanno scritto in un documento - che trasferire poteri amministrativi alla polizia penitenziaria sia un ritorno al passato che può creare solo confusione. Il tema del contendere è una misura inserita nel decreto legislativo di revisione dei ruoli delle Forze di Polizia e delle Forze armate. Si dà la possibilità agli agenti di custodia di fare carriera e di diventare dirigenti di prima fascia assumendo poteri che ora sono di stretta osservanza dei direttori. Soprattutto alla polizia penitenziaria verrebbe attribuita la facoltà di poter decidere sulle misure disciplinari all'interno delle carceri. Il provvedimento è in discussione nelle Commissioni Affari costituzionali e Bilancio di Camera e Senato che entro fine mese dovranno dare i propri pareri.

Entro 90 giorni ci sarà l'approvazione definitiva del Cdm. I dem sono sul piede di guerra. Hanno già fatto sapere al ministro Bonafede che occorre un passo indietro. Nonostante il capo dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Francesco Basentini, abbia inviato una circolare in cui si spiega quali saranno i cambiamenti che verranno apportati. Tra le norme previste l'aumento della pianta organica di 620 unità per le Forze di polizia, l'attribuzione di un assegno una tantum per i sovrintendenti capo con 10 anni di servizio maturati prima del riordino, per gli ispettori e il personale che "non beneficia di riduzioni di permanenze né delle relative anticipazioni".

Ma il passaggio contestato è "l'inserimento della carriera dei funzionari tra i ruoli del Corpo di polizia penitenziaria". Il concetto è espresso più volte nel documento: è prevista "una rimodulazione del rapporto di subordinazione del personale del Reparto di Polizia penitenziaria nei confronti del direttore dell'istituto penitenziario che diventa funzionale, quando il comandante del Reparto riveste la qualifica di primo dirigente".

E ancora: "Il comandante del reparto di polizia penitenziaria quando riveste la qualifica di primo dirigente nell'ambito di un rapporto di subordinazione funzionale e non gerarchica con il direttore dell'istituto assicura il mantenimento della sicurezza e del rispetto delle regole". "Bene valorizzare il ruolo della polizia penitenziaria ma il testo deve essere corretto laddove sembra svuotare di funzione i dirigenti penitenziari che invece oggi debbono conservare il ruolo preminente oggi ad essi riconosciuto", afferma il deputato dem Bazoli.

"È giusto - spiega il senatore Pd Mirabelli - dare alla polizia penitenziaria prospettive di carriere ma non si può interrompere un rapporto gerarchico con i direttori e senza specificare quali sarebbero le nuove funzioni. Così si crea un dualismo inaccettabile".

Il problema riguarderebbe soprattutto i grandi istituti. Le carceri devono essere amministrate da una figura civile, la tesi. La questione è sul tavolo del Guardasigilli. "Non è una operazione parlamentare, è un testo - dice il pentastellato Cottoi che ora esaminerà la norma - uscito dal governo. Sappiamo che ci sono dei problemi, audiremo le associazioni sindacali della polizia penitenziaria, quello sarà un momento chiave del confronto".