Sardegna. "Carceri senza direttori e ospedali inadeguati" Stampa

di Luigi Soriga


La Nuova Sardegna, 9 novembre 2019

 

Il Garante dei nazionale detenuti Mauro Palma a Oristano: "sulle sedi vacanti va trovata una soluzione". E sul caso dell'ergastolano Trudu: "tardivo il permesso di curarsi fuori dalla prigione".

Il sovraffollamento delle carceri non è un problema solo sardo, ma anche nell'isola le condizioni per i detenuti sono sempre più difficili. Per di più, le carceri sarde devono fare i conti con una carenza di figure apicali che costringe qualche direttore a guidare più di una struttura. Mauro Palma, garante nazionale dei diritti delle persone detenute o provate della libertà personale, nominato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel 2016, sarà oggi a Oristano come relatore di un convegno organizzato dalla Camera penale. Una breve tappa che difficilmente gli consentirà di visitare qualche istituto penitenziario, ma lui le condizioni delle carceri sarde le conosce bene, e da tempo.

 

Qual è la situazione delle carceri sarde?

"Ciò più di tutto mi preoccupa è la carenza di figure apicali. Ci sono alcune sedi vacanti e i direttori sono costretti a dividersi tra più strutture. Il che significa un aggravio di lavoro per loro. Anche perché, non dimentichiamolo, in Sardegna non sono tutti piccoli istituti. Anzi. Pensiamo a Sassari che in questo momento è guidato dalla direttrice del carcere di Nuoro. Eppure si tratta di istituti che richiedono una forte presenza progettuale apicale e di direzione, che invece sono scoperti".

 

Solo problemi di vertici?

"No, assolutamente. Ci sono alcuni elementi su cui voglio vedere quali progressi sono stati fatti. In passato ho sollevato la questione che in Sardegna, pur essendoci carceri con un elevato numero di detenuti in regime di alta sicurezza, mancano strutture ospedaliere adatte. Le camerette degli ospedali non sono idonee, occorrono strutture in grado di poter accogliere l'alta sicurezza".

 

Dieci giorni fa è morto l'ergastolano Mario Trudu, che si era rivolto anche al Garante per chiedere di poter lasciare il carcere per potersi curare. Un via libera arrivato solo pochi giorni prima della morte...

"Purtroppo quel provvedimento è stato molto tardivo. Io capisco che ci siano stati problemi, uffici ingolfati, ma non dovrebbe succedere. Non ne faccio una questione di colpe, anzi non credo ci sia un colpevole, se non il sistema che così non può funzionare. Bisogna riuscire ad avere la capacità di dare dignità alla morte".

 

Poche ore prima della morte di Trudu la Consulta ha dichiarato incostituzionale l'ergastolo ostativo. Secondo lei il carcere a vita ha ancora un senso?

"Io ho una mia idea personale, non istituzionale, secondo cui in un regime di civiltà giuridica vera l'ergastolo non dovrebbe esserci. Sul piano istituzionale, invece, seguo la linea della Corte europea. E cioè: la pena a vita è formalmente prevedibile, ma dopo un tot di anni deve essere prevista la possibilità di rivederla dopo un'attenta valutazione per capire se la persona che ha commesso il reato è cambiata o meno. Senza questa possibilità la persona diventa troppo identificata con il suo reato. Invece, ci deve essere un momento di revisione, non automatico, ma va fatta una valutazione se la pena debba essere confermata o meno. Solo così l'ergastolo potrà essere compatibile con la rieducazione prevista dalla Costituzione".

 

Quali sono le priorità per tutelare i diritti dei detenuti?

"Al di là delle difficili condizioni materiali, quali l'affollamento delle carceri, ci sono due aspetti che mi premono. Innanzitutto, il tempo vuoto: il carcere non può essere solo tempo sottratto alla vita, questo tempo deve avere dentro un investimento. Secondo punto, alle persone non deve essere chiesto solo di eseguire ordini o adeguarsi alle regole. I detenuti vanno responsabilizzati, altrimenti la loro non è vita reale e quando usciranno dal carcere non saranno in grado di riprendere in mano la loro esistenza".