"Il carcere reprime, non rieduca" Stampa

di Gianni Cardinale


Avvenire, 9 novembre 2019

 

Il Papa: non c'è pena umana senza orizzonte. L'ergastolo? Discutibile e deve avere almeno uno sbocco. "I fratelli che hanno pagato non possono scontare un nuovo castigo sociale con il rifiuto e l'indifferenza".

"Non c'è una pena umana senza orizzonte. Nessuno può cambiare vita se non vede un orizzonte. E tante volte siamo abituati ad accecare gli sguardi dei nostri reclusi". Quindi "persino un ergastolo, che per me è discutibile, persino un ergastolo dovrebbe avere un orizzonte".

Lo ha sottolineato Papa Francesco nel discorso rivolto ai partecipanti all'incontro internazionale per i responsabili regionali e nazionali della pastorale carceraria, promosso dal Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, ricevuti in udienza ieri mattina.

Nel suo discorso, pronunciato in spagnolo e tradotto in italiano sull'Osservatore Romano, il Pontefice ha innanzitutto ricordato che quando ha incaricato il Dicastero "di rendere manifesta la preoccupazione della Chiesa per le persone in particolari situazioni di sofferenza", ha voluto "che si tenesse conto della realtà di tanti fratelli e sorelle detenuti".

Poi ha ribadito con particolare forza, concetti già espressi più volte. E cioè che "la situazione delle carceri continua a essere un riflesso della nostra realtà sociale e una conseguenza del nostro egoismo e indifferenza sintetizzati in una cultura dello scarto".

Così "molte volte la società, mediante decisioni legaliste e disumane, giustificate da una presunta ricerca del bene e della sicurezza, cerca nell'isolamento e nella detenzione di chi agisce contro le norme sociali, la soluzione ultima ai problemi della vita di comunità". Così "si giustifica il fatto che si destinino grandi quantità di risorse pubbliche a reprimere i trasgressori invece di ricercare veramente la promozione di uno sviluppo integrale delle persone che riduca le circostanze che favoriscono il compimento di azioni illecite".

Infatti "è più facile reprimere che educare", ed "è anche più comodo". E "non di rado i luoghi di detenzione falliscono nell'obiettivo di promuovere i processi di reinserimento" anche "per il frequente sovrappopolamento delle carceri che le trasforma in veri luoghi di spersonalizzazione". Mentre invece "un vero reinserimento sociale inizia garantendo opportunità di sviluppo, educazione, lavoro dignitoso, accesso alla salute, come pure generando spazi pubblici di partecipazione civica".

"Oggi, in modo particolare - ha puntualizzato il Papa, - le nostre società sono chiamate a superare la stigmatizzazione di chi ha commesso un errore poiché, invece di offrire l'aiuto e le risorse adeguate per vivere una vita degna, ci siamo abituati a scartare piuttosto che a considerare gli sforzi che la persona compie per ricambiare l'amore di Dio nella sua vita". Così "molte volte, uscita dal carcere la persona si deve confrontare con un mondo che le è estraneo, e che inoltre non la riconosce degna di fiducia, giungendo persino a escluderla dalla possibilità di lavorare per ottenere un sostentamento dignitoso".

Ma "impedendo alle persone di recuperare il pieno esercizio della loro dignità, queste restano nuovamente esposte ai pericoli che accompagnano la mancanza di opportunità di sviluppo, in mezzo alla violenza e all'insicurezza". Da qui una domanda che, secondo papa Francesco, le comunità cristiane devono porsi: "Se questi fratelli e sorelle hanno già scontato la pena per il male commesso, perché si pone sulle loro spalle un nuovo castigo sociale con il rifiuto e l'indifferenza?". Infatti "in molte occasioni, questa avversione sociale è un motivo in più per esporli a ricadere negli stessi errori".

All'udienza di ieri ha partecipato anche don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, che ha consegnato al Pontefice "un messaggio pregnante e unitario", con cui esorta a pregare per papa Francesco il 17 novembre, indicendo la Giornata di preghiera nelle carceri italiane sul tema "La speranza dei poveri non sarà mai delusa", in occasione della III Giornata mondiale dei poveri.

Una preghiera che verrà recitata, assicura don Grimaldi, "con la speranza che possa essere di aiuto per liberare il Papa da ogni forma di carcerazione che, purtroppo suo malgrado sta subendo a causa delle sue forti scelte pastorali e dei suoi orientamenti dottrinali".

"Sono certo - conclude l'ispettore generale nel messaggio - che la preghiera di questo popolo sofferente, privato della sua libertà personale, sarà accolta dal Signore, perché è il grido del popolo sofferente che sale a Dio".