Tutto è sospeso: le vite, il tempo, il fiato, la legge Stampa

di Rosaria Manconi*


La Nuova Sardegna, 26 marzo 2020

 

Si vive una inquietudine sino ad ora sconosciuta, in attesa che qualcosa segni il punto, qualcuno metta fine alla incertezza e ripristini la normalità, soprattutto quella dei diritti, sacrificati in nome della emergenza.

Sempre meno reattivi e più rassegnati, pur consapevoli del mancato rispetto delle prassi istituzionali e di una insufficiente trasparenza comunicativa, si sottostà a disposizioni ogni giorno più restrittive.

Come figli ubbidienti, per di più storditi da uno schiaffo sonoro ed inaspettato e da messaggi tardivi, si china la testa, consegnando la propria sicurezza, la salute, il futuro. Questo reso ogni giorno più evanescente dal numero impressionante dei contagiati e dalle immagini strazianti di quei camion che trasportano le salme di donne e uomini, morti nella più completa solitudine e anonimato, e da quelle, altrettanto impietose, delle sale di rianimazione che rimandano, senza filtri, la sofferenza dei pazienti e la fatica immane di chi presta assistenza e cura.

Esistenze stravolte, le nostre, da una emergenza sanitaria nuova che fino a ieri sembrava riguardare altri ed ora è vicina a noi, alle persone che amiamo.

Un virus apparentemente "democratico" che sembra non fare distinzioni di razza, età o ceto sociale, ma che, invece, ha un impatto ben più devastante verso i più deboli: senzatetto, disabili, anziani soli, indigenti, detenuti, per i trattenuti nei centri di permanenza per l'espatrio. Per gli ultimi della terra, per chi non ha voce, ammesso che basti gridare per essere ascoltato. Per questa umanità fragile neppure la dotazione minima necessaria al contenimento del contagio, men che meno sostegno materiale e psicologico. Le mense e le strutture di accoglienza chiudono mentre i detenuti attendono provvedimenti che, in una condizione di acclarato sovraffollamento e drammatica emergenza sanitaria, consentano l'anticipata liberazione o quantomeno l'espiazione della pena in sicurezza.

La malattia non livella, dunque, se non nella sofferenza, nella perdita, nel timore per la propria vita o per quella dei propri cari.

Tutti, ora, concordi nel dire che "niente sarà come prima".

E certamente così sarà. Ma solo per la nostra dimensione esistenziale, per una rivisitazione della scala dei valori e delle priorità.

Per gli interessi e diritti soggettivi, invece, si dovrà fare un passo indietro. Ripristinare le libertà fondamentali oggi sospese.

A chi, opportunamente, si preoccupa della possibile deriva autoritaria che dai recenti provvedimenti può derivare, della tentazione, per alcuni Stati, di utilizzare l'emergenza sanitaria per restringere ancora le libertà personali, della possibile violazione dei diritti fondamentali, va detto che il timore è condivisibile ed è concreto.

Ma è un rischio che ora si deve correre.

Le emergenze mettono sempre a dura prova le istituzioni democratiche, anche quelle più "mature", e la loro capacità di minimizzare i danni senza limitare le libertà individuali e così l'equilibrio fra diritti dell'individuo e quelli della collettività.

A noi soccorre la Corte Costituzionale esplicitando il carattere non assoluto dei diritti fondamentali e la possibilità, di fronte ad interessi confliggenti, di procedere ad un bilanciamento attraverso criteri di ragionevolezza e proporzionalità.

Pure senza richiamare, come taluno vorrebbe, le suggestioni di una condizione bellica, si dovrà, in forza dei principi richiamati e per effetto di quelle immagini di dolore di cui si è detto, tollerare i divieti e le limitazioni imposte. Nel rispetto della preminente tutela del diritto alla vita.

L'accettazione temporanea del rischio non deve e non può assopire gli animi, né abbassare la soglia di attenzione verso il rispetto delle garanzie.

Nessuna delega in bianco, nessuna deroga alla emergenza.

È troppo presto per prevedere quando ed in che modo usciremo da questa crisi, ma certamente la storia, insieme a tutti noi, sta voltando pagina.

L'imperativo è quello per cui, appena il virus verrà sconfitto o quantomeno avrà rallentato la sua diffusione, si debba, assolutamente, ritornare ad una condizione di pienezza dei diritti.

 

*Avvocato