Giustizia: Stefano Cucchi e quella riforma che lo avrebbe potuto salvare Stampa

di Riccardo Polidoro (Responsabile Osservatorio Carcere dell'Ucpi)

 

Il Garantista, 14 gennaio 2015

 

Uno schiaffo alle indagini. Le motivazioni della sentenza emessa dalla Corte di Assise di Appello sulla morte di Stefano Cucchi, che il 31 ottobre scorso mandò assolti gli imputati, affermano chiaramente che l'attività svolta dalla Procura della Repubblica è stata carente e insufficiente. I giudici invitano l'ufficio inquirente a "svolgere ulteriori indagini al fine di accertare eventuali responsabilità di persone diverse".

Dopo oltre 5 anni, dunque, è necessario ricominciare: le motivazioni della sentenza rappresentano anche uno schiaffo allo Stato. La Corte, infatti, sottolinea che "le lesioni subite da Cucchi sono necessariamente collegate ad un'azione di percosse e comunque ad un'azione volontaria". Con la sentenza di secondo grado viene confermato dunque un unico dato: la responsabilità istituzionale. Ma non vi è certezza su chi materialmente compì quegli atti vigliacchi e disumani su un giovane inerme che, in quel momento, era affidato ad apparati dello Stato. La vicenda giudiziaria si presta ad una serie di riflessioni.

La prima è l'importanza del grado di Appello. Irrinunciabile garanzia in un Paese democratico che vuole effettivamente assicurare ai cittadini un processo giusto che, nel contraddittorio delle parti, accerti la verità dei fatti. Solo il riesame della sentenza di primo grado può consentire di evitare la probabilità di errori e l'avvicinarsi, quanto più è possibile, alla realtà di quanto effettivamente accaduto. Va poi rivalutata e rafforzata l'udienza preliminare, da sempre ridotta ad un mero passaggio di carte tra la Procura e il Tribunale.

L'esame della "richiesta di rinvio a giudizio" da parte del Giudice è, quasi sempre, solo formale e mai sostanziale, laddove innanzi a una richiesta di rito abbreviato il processo viene rinviato per consentire lo studio degli atti. L'udienza preliminare dovrebbe, invece, essere il momento in cui, finalmente, il Giudice terzo valuta il lavoro svolto in solitudine dalla Procura e dice se le indagini sono state ineccepibili, ovvero meritano integrazioni, e se gli imputati devono affrontare il processo o essere prosciolti.

Le considerazioni di diritto devono, però, nel caso di Stefano Cucchi essere messe da parte, perché è prevalente evidenziare che l'iter processuale sino ad ora svolto ci ha lasciato un'unica certezza: si è trattato di un omicidio di Stato. Sia la condanna in primo grado, sia l'assoluzione in secondo, evidenziano tale drammatico dato, dinanzi al quale vi sono evidenti responsabilità politiche.

Da tempo le Camere penali denunciano quanto accade negli istituti di pena e nelle celle di sicurezza dei Tribunali. Innumerevoli sono state le archiviazioni dovute all'impossibilità d'indagare effettivamente, dinanzi al silenzio delle persone e all'impenetrabilità degli spazi. Gli inviti ad una riflessione più ampia sull'uso troppo disinvolto della custodia cautelare e sulla spesso inutile privazione della libertà personale, nonché sull'incapacità delle istituzioni di operare la necessaria sorveglianza sull'integrità fisica di chi è privato della libertà, hanno trovato insormontabili ostacoli dovuti ad una facile vena giustizialista priva di etica e lontana dalla cultura di civiltà, non solo giuridica, del nostro Paese.

Occorre una maggiore trasparenza istituzionale, che consenta di avvicinare i cittadini alle problematiche relative alla detenzione, affinché i diritti di colui che è ristretto siano sentiti come i diritti di tutti e la loro violazione sia fonte di una corale e civile protesta. Riaffermare con forza la centralità del diritto e della dignità della persona è un dovere politico, altrimenti anche l'auspicata introduzione nel nostro ordinamento del delitto di tortura servirà solo ad "accontentare" l'Europa, che la chiede, ma non ad evitare che altri crimini, come quello che ha visto soccombere Stefano Cucchi, restino impuniti.