Giustizia: dal lavoro in carcere un aiuto ai detenuti e anche ai conti dello Stato Stampa

di Giuseppe Sabella (Direttore di Think-in)

 

Il Sole 24 Ore, 2 febbraio 2015

 

Ogni recluso costa in media 45mila euro: nel 98% dei casi chi esce inserito nel lavoro non torna più in prigione. Se Cesare Beccaria aveva ragione, tanto che il suo capolavoro "Dei delitti e delle pene" (1764) ha ispirato persino i nostri padri costituenti e l'articolo 27 della nostra Carta costituzionale, se ne deve concludere che il lavoro penitenziario non è soltanto un tema attuale ma, anche, cosa buona. L'illuminato filosofo e giurista milanese, nella sua opera più celebre, ha introdotto nella filosofia del diritto penale la concezione rieducativa della pena: non una punizione, quindi, volta a espiare la colpa o a compensare il danno fatto, ma una misura finalizzata al recupero dell'uomo, il reo. In una prospettiva rieducativa, è naturale che il lavoro abbia un ruolo molto importante: il lavoro dà dignità all'uomo, lo responsabilizza e lo mette in relazione con gli altri. Da questo punto di vista, in Italia si fanno attività rieducative nelle carceri da diversi decenni.

Venendo ai giorni nostri, nel dicembre 20u il Parlamento europeo approva la Risoluzione sulle condizioni detentive nell'Unione europea, in cui si sottolinea la necessità che siano rispettate le attività di rieducazione, istruzione, riabilitazione e reinserimento sociale e professionale, anche con riferimento al lavoro in generale. La risoluzione, inoltre, prevede una particolare attenzione alle attività di tipo informativo rivolte ai detenuti, al fine di esplicitare i mezzi esistenti per preparare il loro reinserimento.

La necessità di regolamentare la questione sorge in seguito al monitoraggio compiuto (giugno 2011) dalla medesima Commissione: in 15 Stati le carceri sono particolarmente sovraffollate; i tassi di crescita nella popola-zione carceraria sono elevati e in n Stati il tasso di detenuti per 100mila abitanti è superiore a 100; in 11 Stati gli stranieri sono più di un quarto dei detenuti totali; la percentuale dei detenuti senza condanna definitiva è estremamente alta; i tassi dì morti e suicidi sono estremamente preoccupanti. In particolare, l'Italia (con Bulgaria, Cipro, Spagna e Grecia) è fra i Paesi con il maggior sovraffollamento carcerario: erano infatti circa 68mila i detenuti a fronte di una capienza regolamentare di circa49mila posti.

Oggi l'Italia, minacciata da sanzioni da parte della Ue, attraverso misure di controllo dei flussi della popolazione carceraria ha portato il numero dei detenuti presenti nelle carceri italiane a 53.623, a fronte di una capienza regolamentare di 49.635 (dati ministero della Giustizia riferiti al 31 dicembre 2014).

I detenuti "lavoranti" sono circa 14mila: 11.735 lavorano alle dipendenze dell'amministrazione penitenziaria (pulizia, cucina, manutenzione ordinaria), 2.364 lavorano alle dipendenze di cooperative sociali e imprese, incentivate nell'assunzione di soggetti a stato detentivo dalla legge "Smuraglia", alla quale spesso però non viene data attuazione per mancanza di fondi volti allo sgravio delle imprese.

In Lombardia, grazie all'agenzia Articolo Ventisette che fa capo all'amministrazione penitenziaria locale, sono 607 (26% circa del totale nazionale) i detenuti a lavorare presso cooperative sociali e imprese.

Oltre agli effetti rieducativi, il lavoro penitenziario si rivela anche una buona soluzione per le casse dello Stato: in Italia, infatti, la spesa pubblica per ogni detenuto (spese mediche escluse) è di circa45mila euro l'anno. Francia e Germania, che invece prendono in considerazione anche le spese mediche, spendono rispettivamente 35mila e 40mila euro.

Considerando che, nel 98% dei casi, chi esce dal carcere inserito nel lavoro in carcere non torna più (dato Italia Lavoro), è facile comprendere come un detenuto che non torni più a delinquere sia un successo anche per i costi dell'amministrazione penitenziaria.

È pari a circa il 70%, tuttavia, la quota dì detenuti che non lavorano e, in un'alta percentuale (70%), senza un lavoro quando escono dal carcere finiscono con il tornarci. L'amministrazione penitenziaria non può farli lavorare tutti alle sue dipendenze e lo sviluppo di lavoro verso il mercato, in questo tempo di crisi, non è cosa semplice.

C'è da dire che, a oggi, il 95% delle imprese che hanno accolto i detenuti al lavoro sono del Terzo settore: un vero e sistematico intervento di politica del lavoro verso le imprese sociali del settore profit non è mai stato fatto. La legge del 9 agosto 2013 di modifica della legge "Smuraglia" promuoveva questo obiettivo, ma i risultati non sono stati eccelsi.

Ultimo dato interessante delle rilevazioni europee: dopo Ucraina e Turchia, il nostro Paese è al terzo posto anche per quel che riguarda il numero di detenuti in attesa di giudizio. Sono infatti 9.549 i detenuti in attesa di un primo giudizio, mentre sono 8.926 quelli che, seppur condannati in primo grado, attendono una sentenza definitiva (appellanti o ricorrenti). Sempre tale Cesare Beccaria ci ricorda che "un uomo non può chiamarsi reo prima della sentenza del giudice".