Giustizia: colpevole o innocente? ... un problema di filosofia del diritto Stampa

di Mario De Caro

 

Il Sole 24 Ore, 2 febbraio 2015

 

La scienza sembra corroborare l'idea che il libero arbitrio non esiste e che nessuno va punito, ma così ignora l'utilità sociale di condannare un criminale.

Immaginiamo una piccola comunità che risiede in un'isola sperduta nell'oceano. Le condizioni di vita di questa comunità sono molto elevate: tutti gli abitanti sono rispettosi e solidali, e i potenziali conflitti vengono subito risolti grazie alla ragionevolezza e alla buona volontà di tutti. Gran parte del merito di tanta serenità va alla guida morale di quella comunità, un vecchio saggio che, con i suoi consigli e la sua specchiata moralità, ispira negli isolani rettitudine e senso civico.

La vita sull'isola scorre dunque placidamente, al punto che l'unico poliziotto locale, non avendo nulla da fare, si annoia moltissimo. Così un giorno decide di riaprire il dossier dell'ultimo caso criminale avvenuto nell'isola, e rimasto irrisolto: un omicidio di sessanta anni prima di cui fu vittima un giovane. Scartabellando la pratica, il nostro poliziotto nota che sul luogo del delitto fu rinvenuto un capello che, ovviamente, a quei tempi non si sapeva come analizzare.

Tutto contento di aver trovato qualcosa di interessante da fare, il poliziotto mette dunque mano al set di strumenti per l'analisi del Dna e analizza il capello. Quale è la sua sorpresa quando si accorge che appartiene al vecchio saggio! Sgomento, corre da lui e gli chiede: "Caro vecchio saggio, perché non hai mai detto che eri presente il giorno dell'omicidio di sessant'anni fa? Avresti potuto aiutare le indagini!".

"Vedi - risponde il vecchio saggio scandendo bene le parole - io non solo ero presente quando quell'omicidio fu commesso. In realtà fui proprio io a compierlo!". Poi, guardando gli occhi sgomenti del poliziotto, continua: "Eravamo ubriachi, litigammo per un motivo molto stupido e io lo colpii con un pugno. Cadendo, lui sbatté la testa e morì immediatamente. Da allora ho vissuto nel rimorso e ho cercato di espiare la mia colpa comportandomi nel modo più probo possibile. Ma se ora la nostra comunità decidesse di punirmi, io sarei pronto a pagare il mio debito".

Ora, in quell'isola vige la common law, il sistema legale basato sui precedenti giudiziari. Ma in questo caso precedenti non ve ne sono: dunque, il giudice deve emettere il giudizio basandosi soltanto sulla sua coscienza. Non c'è dubbio che il vecchio saggio sia colpevole; la questione però è: va punito oppure no? E voi cosa fareste, se foste al posto di quel giudice?

Qualche giorno fa ho presentato questo caso durante un convegno organizzato presso la Camera dei deputati da Fabrizia Giuliani e dal gruppo del Pd, chiedendo agli spettatori quale decisione avrebbero preso se si fossero trovati al posto di quel giudice. Il risultato è stato una divisione a metà dei parenti da una parte, c'erano quelli che ritenevano doveroso punire il vecchio saggio (sia pur blandamente); dall'altra, quelli che pensavano che in un caso del genere qualunque punizione sarebbe ingiusta. Entrambe le risposte hanno un fondamento intuitivo.

Da una parte, infatti, sembra ovvio che la pena serva a riabilitare il condannato, a scoraggiare altri potenziali criminali e a difendere la società dagli individui pericolosi: queste sono giustificazioni della pena di tipo utilitaristico, perché guardano all'utilità della pena rispetto alla società nel suo complesso. In questa prospettiva, è evidente che punire il vecchio saggio non avrebbe molto senso (è perfettamente riabilitato, non è pericoloso e non c'è alcuna ragione di pensare che nell'isola siano in agguato altri potenziali criminali che occorre scoraggiare).

Dall'altra parte, però, è anche naturale pensare che la pena serva a ristabilire l'equilibrio della giustizia, che è stato infranto da chi è responsabile di un crimine; e che dunque costui meriti di essere punito, quali che siano le conseguenze della pena. Questa concezione ha carattere retributivistico, nel senso che presuppone che il fondamento della pena sia il fatto che il condannato lamenti. In questo senso, le concezioni utilitaristiche guardano al futuro (ovvero alle conseguenze della pena), le concezioni retributivistiche guardano al passato (alla colpa che va espiata). L'ideale retributivistico, può essere a sua volta diviso in due componenti molto diverse tra loro: una componente positiva ("tutti i colpevoli vanno puniti") e in una negativa ("nessun innocente va mai punito").

Molti filosofi e giuristi hanno argomentato in modo convincente che la componente positiva della retribuzione va abbandonata perché non è altro che il retaggio dell'arcaica idea della giustizia come vendetta. A fondamento della teoria della pena, dunque, non può che esserci l'ideale utilitaristico.

Però è stato anche mostrato che nemmeno l'utilitarismo puro va bene perché può portare a ingiustizie intollerabili: per esempio, alla punizione di capri espiatori nel caso in cui ciò sia utile socialmente. Per questo occorre conciliare l'utilitarismo con la concezione negativa della retribuzione, secondo cui non si può mai punire chi non lo merita.

La conclusione più ragionevole, dunque, è quella indicata dal grande giurista britannico H.L.A. Hart: vanno puniti solo gli individui che è utile punire e, all'interno di questo insieme, solamente quelli che lo meritano.

Il punto interessante è che oggi la scienza corrobora l'idea dell'importanza della retribuzione negativa. Oggi sappiamo, infatti, che in parecchi casi i crimini, anche efferati, vengono compiuti da individui che, al di là delle apparenze, non erano in grado di controllare le loro azioni perché incapacitati da patologie neurologiche, psicologiche o genetiche. Questi individui non meritano la pena, ma vanno piuttosto curati, sino a quando non saranno più pericolosi (sempre che ciò sia possibile, naturalmente).

Parecchi autori, come Michael Gazzaniga e Sam Harris, estremizzano questo punto, arrivando a sostenere che la scienza avrebbe già dimostrato che libero arbitrio e responsabilità morale sono pure illusioni e che dunque nessuno mai meriti di essere punito: e a loro sostegno portano esperimenti neuro-scientifici come quelli, celebri, escogitati da Benjamin Libet. In realtà, però, non solo le argomentazioni di questi autori sono errate, ma dal punto di vista filosofico sono anche ingenue ai limiti dell'imbarazzante. E in proposito basterà leggere il dirimente, informatissimo volume di Alfred Mele Free "Why Science Hasn't Disproved Free Will", pubblicato da poco da Oxford University Press e in corso di traduzione da Carocci.

La realtà è che oggi, affrontando problemi come la questione del libero arbitrio e della responsabilità morale, è inammissibile ignorare ciò che ci dice la scienza, ma è anche inammissibile ignorare ciò che ci dice la (buona) filosofia.