Giustizia: Orlando "no al carcere per le intercettazioni fraudolente" Stampa

di Patrizia Maciocchi

 

Il Sole 24 Ore, 26 settembre 2015

 

Più tempo per portare a termine le indagini sulla corruzione, la possibilità di passare da tre a sei mesi per le altre inchieste e niente carcere per le intercettazioni abusive. Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, annuncia, in occasione del suo intervento di ieri al Festival del diritto di Piacenza, che in Senato sarà possibile rivedere alcuni aspetti del disegno di legge sul processo penale. La disponibilità a ritoccare la norma è emersa nel corso di un confronto vivace e costruttivo con il presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Rodolfo Maria Sabelli, e con il professor Massimo Brutti.

Per Sabelli è, infatti, una missione impossibile mettere la parola fine alle indagine in tre mesi, quando sul tavolo del magistrato arrivano circa 109 procedimenti al mese e un'udienza può essere fissata anche dopo un anno. Orlando si dice disponibile a introdurre modifiche in Senato che dilatino i tempi a disposizione delle toghe per mettere la parola fine alle inchieste.

Da Palazzo Madama, assicura Orlando, non uscirà una norma che preveda il carcere per le intercettazioni fraudolente: ci sarà un tetto di pena che scongiura il rischio detenzione. Ancora un annuncio di Orlando riguarda un passo avanti verso l'emanazione dei decreti che attuano la depenalizzazione trasformando in illeciti amministrativi quasi tutti i reati puniti oggi con la sola multa, a iniziare dall'omissione dei contributi sotto la soglia dei 10mila euro: la chiave per rendere effettiva la punibilità con la sola sanzione è ora all'esame del ministero dell'Economia e delle finanze. Una volta realmente operativa la norma dovrebbe avere un forte effetto deflattivo.

Ma per Sabelli la giustizia è ancora troppo terreno di scontro tra forze politiche per produrre le riforme efficaci che nascono dal confronto. E sul campo del confronto scende il guardasigilli per chiedere la disponibilità dell'Associazione nazionale magistrati a mettere mano a una riorganizzazione interna, a iniziare dalle funzioni del Csm e dalle specializzazioni. Un fronte, quest'ultimo, sul quale il governo si è mosso con la riforma della geografia giudiziaria.

Quando il confronto si sposta sull'incisività degli interventi, a cominciare dalla norma sulle pene alternative, Orlando ammette che è stato necessario tenere conto "del senso comune alimentato dagli imprenditori della paura", ma si dice certo che alla fine anche in Italia "avremo un sistema penale più simile a quello di altri Paesi". L'Italia ha ancora la maglia nera della recidiva più alta, frutto di un ricorso al carcere ancora eccessivo, mentre per il guardasigilli la strada sta "nell'uscire dalla logica del dentro o fuori".

Sabelli prende atto del populismo e invita a combatterlo rendendo più efficiente il processo e l'appello e, sul punto, il ministro della Giustizia è pronto. "La prima delega che attueremo - spiega Orlando - sarà quella sulle impugnazioni e il primo gruppo di lavoro sarà sull'appello". Per Orlando "c'è molta carne al fuoco ma va a cottura solo se la magistratura è disponibile a mettere mano per cambiare prassi consolidate" e sgombrare il campo dall'impressione "che meno si cambia meglio si sta".

Da Massimo Brutti arriva l'invito a "coinvolgere nei tavoli di lavori gli intellettuali che non fanno propaganda". E anche qui Orlando ricorda che per l'esecuzione della pena i tavoli di lavoro sono stati 18 per un lavoro svolto ad ampio raggio con la collaborazione di magistrati e giornalisti. Il ministro, inserendosi nel dibattito sui rapporti tra giustizia ed economia, sottolinea che il ruolo della giurisdizione non è quello di far funzionare l'economia.

Sollecitato dalla coordinatrice del dibattito Donatella Stasio a confermare le voci su un coinvolgimento del professor Stefano Rodotà nella Commissione sulle intercettazioni il ministro non dà conferme e dichiara di non avere deciso. Dopo l'uscita del ministro arriva però il diretto interessato e alla domanda girata a lui, Rodotà esclude di voler ricoprire l'incarico, anzi ricorda che "non si possono affidare diritti fondamentali a una legge delega".