La Giustizia penale internazionale, bloccata dal potere dei grandi Stati Stampa

di Alessandro Di Bussolo

 

vaticannews.va, 18 luglio 2019

 

Si è celebrata ieri la Giornata della Giustizia penale internazionale, in occasione del 21.mo anniversario della creazione, a Roma, del Tribunale che giudica sui crimini di guerra, genocidio, contro l'umanità e aggressione. Amnesty International: "Se a volte il Tribunale non ha processato, è per il blocco degli Stati più potenti"

La Giornata della Giustizia penale internazionale unisce tutti coloro che desiderano sostenere la giustizia, promuovere i diritti delle vittime e aiutare a prevenire i reati che minacciano la pace, la sicurezza e il benessere del mondo. È stata proclamata nel corso della prima conferenza di revisione dello statuto di Roma della Corte Penale Internazionale (Cpi-Icc), che si è tenuta nel giugno 2010 a Kampala, in Uganda. La data scelta è quella dell'adozione, nel 1998, dello statuto, presso la sede romana della Fao, con 120 voti a favore, sette contrari e 21 astensioni. Ad oggi sono 123 i Paesi che ne fanno parte, ben più della metà dei 193 Stati membri dell'Onu. Alcuni hanno firmato il trattato, ma non l'hanno ratificato, come Stati Uniti, Israele e Sudan. Tra i non firmatari anche Russia e Cina, che pure, con Usa, Francia e Gran Bretagna fanno parte del Consiglio di sicurezza dell'Onu.

Lo scopo degli Stati firmatari era quello di creare una giurisdizione competente su presunti colpevoli di crimini contro l'umanità, genocidio e crimini di guerra, e dal dicembre 2017 anche di aggressione. Quando è stata raggiunta la sessantesima ratifica, il 1 luglio 2002, lo statuto della Corte è entrato in vigore, e da quell'anno a L'Aia, nei Paesi Bassi, sede della Corte, sono iniziati i lavori per "metter fine all'impunità per i peggiori crimini ancora commessi in tutto il mondo" come dicevano gli slogan delle Organizzazioni non-governative che quel processo avevano accompagnato per anni e che ancora oggi seguono da vicino.

Nello statuto della Corte si legge che la Cpi ha giurisdizione sovranazionale e può processare individui (non Stati) responsabili di crimini di guerra, genocidio, crimini contro l'umanità, crimine di aggressione, commessi sul territorio e/o da parte di uno o più residenti di uno Stato parte, nel caso in cui lo Stato in questione non abbia le capacità o la volontà di procedere in base alle leggi di quello Stato e in armonia con il diritto internazionale.

La giurisdizione della Corte si esercita nel caso di crimini commessi sul territorio di uno Stato parte o da un cittadino di uno Stato parte alla Corte. Ne consegue che anche i crimini commessi sul territorio di uno Stato parte, da parte di un cittadino di uno Stato non parte, rientrano nella giurisdizione della Corte. Uno Stato non parte non è tenuto a estradare i propri cittadini che abbiano commesso tali crimini in un Paese parte e al giorno d'oggi non esistono mezzi di coercizione internazionali per spingere gli Stati non parte a cedere alle richieste della Corte internazionale. Il problema, tuttora aperto, è semmai l'esistenza di trattati internazionali (detti Sofa) che attribuiscono immunità a soldati di uno Stato non parte quando sono sul territorio di uno Stato parte.

In questi 17 anni di vita, la Corte penale internazionale (dati del 2018, n.d.r.) ha avviato indagini in 11 "situazioni": in Burundi; due nella Repubblica Centrafricana; in Costa d'Avorio; in Darfur; Sudan, nella Repubblica Democratica del Congo; in Georgia, in Kenya; in Libia; in Mali; e in Uganda (le prime in ordine cronologico). L'Ufficio del procuratore sta inoltre studiando in fase preliminare altre 11 "situazioni" in Afghanistan; Colombia; Gabon; Guinea; Iraq; Regno Unito; Nigeria; Palestina; le Filippine relativamente a navi battenti bandiera delle Comore, Grecia e Cambogia; Ucraina e Venezuela. Sono state incriminate 42 persone e messi mandati di arresto per 34, richieste citazioni per altre otto. Otto sono anche i detenuti all'Aia.

La Corte penale internazionale non è un organo dell'Onu e non va confusa con la Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite, anch'essa con sede all'Aia, più nota come Tribunale internazionale dell'Aia (Cig-Icj).

Istituita nel 1945, la Cig ha il compito di dirimere le dispute fra Stati membri delle Nazioni Unite che hanno accettato la sua giurisdizione. Il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha poi il potere, attraverso una risoluzione, di istituire tribunali penali ad hoc, come è accaduto di recente per l'ex-Jugoslavia, dal 1993 al 2017 e per il Ruanda, dal 1994 al 2015, per per giudicare eventi avvenuti in differenti conflitti. La Cpi ha però alcuni legami con le Nazioni Unite: ad esempio il Consiglio di sicurezza ha il potere di deferire alla Corte situazioni che altrimenti non sarebbero sotto la sua giurisdizione.

 

Noury (Amnesty): è il meglio che abbiamo, deve funzionare

 

Sul significato di questa Giornata e sullo stato di salute della giustizia penale internazionale, ecco l' opinione di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International.

R. - La Giornata può servire a spronare non tanto il Tribunale penale internazionale quanto gli Stati che lo compongono, lo sorreggono, i quali dovrebbero collaborare a fare di più, perché quell'organo di giustizia è la migliore cosa che abbiamo e deve funzionare bene. E se ha funzionato in maniera non perfetta, se ha mancato di indagare, processare potenziali gravi criminali, non è per colpa dei suoi giudici, ma perché non ha avuto la collaborazione necessaria. Quindi sì, occorre valorizzare di più questo compito che da venti anni è assolto e assunto dal Tribunale penale internazionale.

 

Combattere attraverso la Corte penale internazionale i crimini contro l'umanità, di genocidio, di guerra e - l'ultimo che è stato aggiunto - di aggressione, può fare davvero da deterrente perché nuovi conflitti non comincino e nuovi genocidi non avvengano?

R. - Mettiamola così: se non ci fosse la Corte, sicuramente non ci sarebbe un potenziale deterrente. Credo che questo deterrente ci sia perché avere il presagio che i crimini che stanno per essere commessi o che verranno commessi non resteranno impuniti può fermare qualcuno dal farli. Certo, occorre poi che l'impunità trovi contrasto anche sul piano interno, perché se penso a quello che è successo ultimamente ... Per fare un esempio pratico: non appena la procuratrice generale del Tribunale penale internazionale avvia un'indagine sulla cosiddetta guerra alla droga del presidente delle Filippine Duterte che ha fatto migliaia e migliaia di morti tra i più poveri della popolazione filippina, le Filippine decidono di ritirarsi dalla Corte, ecco che il potere giudiziario non è stato affatto deterrente, ma è stato soltanto qualcosa a cui si ha risposto con un insulto.

 

Quali sono le sfide più attuali per la giustizia penale internazionale, che costituiscono anche un grave ostacolo per la sua vera efficacia?

R. - Credo in primo luogo i conflitti o i post conflitti e anche i conflitti in corso. Direi che Siria, Yemen, Myanmar sono i casi più evidente di conflitti che sono in corso e che stanno per chiudere o che addirittura si trovano in una situazione paradossale in cui la ricostruzione è già iniziata - come nel caso della Siria - a conflitto ancora non terminato. Se la ricostruzione è iniziata è perché poi al tavolo dove si inizia a ricostruire ci sono persone che invece dovrebbero stare sul banco degli imputati del Tribunale internazionale. Quindi togliere l'impunità, garantire giustizia ai sopravvissuti e ai parenti delle vittime dei conflitti è la priorità numero uno.

 

Dobbiamo riconoscere che se c'è questa Corte penale internazionale, un grande ruolo è stato anche quello svolto dall'Italia. Infatti lo statuto è stato firmato qui a Roma, grazie anche allo stimolo che veniva dal governo italiano...

R. - Sì, è vero. C'eravamo anche noi di Amnesty International. Lo sforzo che ha fatto l'Italia, che hanno fatto alcuni parlamentari - e Non c'è pace senza giustizia, tra i movimenti insieme a noi - è uno sforzo che va riconosciuto e verrà riconosciuto per sempre. Bisogna essere all'altezza di tutti quegli auspici. Però dire - ed è un po' un luogo comune - che il Tribunale penale internazionale esercita la giustizia dei vincitori, che guarda soltanto all'Africa, non è esatto né nel presente né in prospettiva. Il Tribunale penale internazionale fa quello che può. Quando non fa qualcosa è perché Stati grandi e potenti lo bloccano e lo boicottano probabilmente temendo che rischierebbero o di finire a loro volta sul banco degli imputati.