"No, non è mafioso". Intanto si è suicidato Stampa

di Giorgio Mannino


Il Riformista, 11 luglio 2020

 

Era il leader degli imprenditori anti-racket. A Gela denunciava mafia e stidda da anni. E così alcuni capomafia accusarono Rocco Greco di essere loro complice. Accuse fasulle, inventate, smentite da tre gradi di giudizio. Assoluzioni che tuttavia non bastarono a impedire l'interdittiva antimafia del prefetto di Caltanissetta contro la sua azienda, la Cosiam srl.

Era il 2018, e Greco non resse l'ennesimo colpo. Si sparò una pallottola alla testa, all'età di 57 anni. A un anno e mezzo dalla sua morte, il Tar del Lazio ribalta il giudizio del Viminale. Decisione sbagliata, dicono i giudici amministrativi. Il prefetto doveva rifarsi alle sentenze di assoluzione. Il Tar gli dà ragione, insomma, ora che è morto. E dopo aver subito tre gradi di giudizio, che si sono rivelati inutili agli occhi della prefettura.

"Invece di credere alle sentenze, il Viminale ha creduto ai mafiosi", è l'amaro sfogo dell'avvocato Galasso. Ma il figlio di Rocco, Francesco, non invoca vendetta: "Non denunceremo, le mele marce ci sono anche nello Stato". Per anni ha denunciato l'attività estorsiva di Cosa Nostra e della Stidda gelese. Insieme a un manipolo di imprenditori coraggiosi è diventato il leader dei commercianti anti-racket. Ma quando nel 2018 la sua azienda - la Cosiam srl, impegnata nell'esecuzione di lavori stradali e di servizi di raccolta rifiuti - ha ricevuto l'interdittiva antimafia, Rocco Greco, 57 anni, ha deciso di farla finita sparandosi un colpo di pistola alla testa.

A distanza di un anno e mezzo dal documento firmato dal Viminale, la sentenza del Tar del Lazio - annullando il provvedimento ministeriale - definisce l'istruttoria ‑ carente in ordine al presupposto di attualità del condizionamento mafioso. Una grave superficialità da parte del Viminale e degli organi competenti, che è costata la vita a un uomo e che ha cambiato per sempre quella di un'intera famiglia. La sua.

Così mafia e antimafia, ancora una volta, si confondono in una storia ‑angosciosa e tremenda in cui la giustizia arriva con grave ritardo, dice Alfredo Galasso, avvocato di Greco. Una trama inquietante nella quale il dolo è uno spettro, in una vicenda tutta da chiarire, che s'intravede nelle parole del figlio dell'imprenditore, Francesco: Non ho le prove - dice - ma l'interdittiva è arrivata quando gestivamo 20 cantieri e non in anni precedenti quando lavoravamo meno.

Il provvedimento sembra essere arrivato quasi ad orologeria. E se da un lato le sentenze della magistratura hanno dimostrato l'estraneità di Greco a Cosa Nostra, dall'altro l'iter prefettizio è andato avanti. Ma riavvolgiamo il nastro. Durante il processo "Munda Mundis" - svoltosi al tribunale di Gela, che ha messo in luce gli affari di Cosa Nostra sui rifiuti - Greco ha ripetuto e arricchito di particolari il suo racconto in merito ai soprusi subiti dalle cosche.

Il processo si è concluso con una sentenza di condanna per quasi tutti gli imputati. Durante il dibattimento, però, alcuni capimafia accusano Greco di essere stato un loro complice e di avere ottenuto favori nell'attribuzione di appalti pubblici. Accuse che, però, vengono smontate dai giudici nei tre gradi di giudizio: È stato riconosciuto che queste dichiarazioni da parte dei mafiosi erano espedienti utili a difendere la loro posizione. Eppure nonostante tutto il Viminale non ha creduto alle sentenze ma ai mafiosi, tuona l'avvocato Galasso.

Perché nel documento firmato dall'allora prefetto di Caltanissetta, Cosima Di Stani, e dal capo del Sisma (Struttura di Missione e Prevenzione Antimafia), Carmine Valente, si legge che ‑ l'insieme delle vicende giudiziarie evidenziano una figura d'imprenditore che dimostra di conoscere le dinamiche mafiose gelesi adoperandosi nel trovare protezione dalle stesse per sé e le sue aziende. Dunque Greco - continua il documento - pur essendo stato riconosciuto dal giudice vittima delle richieste estorsive da parte delle locali consorterie mafiose, ha manifestato nel corso degli anni, atteggiamenti di supina condiscendenza nei confronti di esponenti di spicco della criminalità organizzata gelese. Comportamenti che assurgono a forma di situazione a rischio di infiltrazione criminale nei confronti della Cosiam.

Quattro giorni fa, però, il Tar del Lazio ribalta il verdetto del Viminale: ‑Gli elementi a sostegno della collusione di Greco sono costituiti dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Ad avviso del collegio, l'attendibilità di tali dichiarazioni andava valutata alla luce dell'esito del processo che aveva coinvolto Greco assolvendolo dall'imputazione per associazione di tipo mafioso e dalla posizione di vittima che lo stesso ha sempre rivendicato.

A ciò deve aggiungersi la prova delle denunce di danneggiamenti o tentativi estorsivi proposte da Greco dal 2007, che si pongono in logico contrasto con l'assunta infiltrazione mafiosa, configurandosi come illecite pressioni sull'impresa al fine di estorcere un qualche vantaggio. Con la voce increspata dall'emozione, Francesco Greco commenta: Non avevamo bisogno di una sentenza del Tar per sapere chi fosse mio padre. Mi dispiace che per superficialità da parte di chi ricopre cariche importanti si facciano errori così gravi.

Il prefetto che ha firmato la prima interdittiva era Carmine Valente. Lo stesso che tre anni prima, quando era prefetto a Caltanissetta, ci aveva iscritti in white list. Bastava fare una verifica. L'azienda torna a lavorare nel solco della memoria di Greco: Da quando ci ha lasciati - dice il figlio - proviamo a onorarlo così, mandando avanti l'azienda e gestendo la quotidianità con serietà e garbo. Greco fa sapere inoltre che non denuncerà il Viminale per danni: Le mele marce stanno dappertutto, anche nello Stato.