La dittatura del presente Stampa

di Antonio Scurati

 

Corriere della Sera, 12 luglio 2020

 

Le ragioni del manifesto di intellettuali rivolto contro chi condanna il passato senza conoscerlo. Il futuro ci giudicherà e certo senza alcuna competenza. Lo scrisse Milan Kundera, uno che di ideologie oppressive se ne intende. Quel futuro spietato e cieco sembra essere tornato: le democrazie liberali d'Occidente sono scosse da movimenti radicali che non soltanto pretendono di giudicare il passato senza alcuna competenza ma addirittura pretendono di condannarlo rifiutando sfacciatamente ogni approfondita conoscenza di esso.

Il manifesto firmato da 150 scrittori, intellettuali e artisti illustri lancia l'allarme contro quella che definisce una "atmosfera soffocante", un nuovo "conformismo ideologico", una nuova forma di censura e di intolleranza praticate oggi proprio in nome di una società più giusta e inclusiva. I perseguitati che diventano persecutori, i giusti che si trasformano in giustizieri, gli oppressi in oppressori. Una tragica storia già vissuta e che ora sembra ripetersi con tratti farseschi, ma non per questo meno inquietanti.

La crociata contro il passato è parte essenziale di questa nuova ideologia tendenzialmente totalitaria che, muovendo da sacrosante rivendicazioni, finisce per "restringere costantemente i confini di ciò che si può dire senza minaccia di rappresaglia". L'assunto di base è che la storia sia stata scritta dai vincitori, identificati con gli oppressori e che, dunque, oggi vada riscritta ribaltando le parti. I programmi di studio accademici sono così epurati da opere di Shakespeare, Hemingway e Fitzgerald, la furia iconoclasta si scaglia contro le statue di Cristoforo Colombo, Thomas Jefferson e Winston Churchill. Il futuro, tante volte invocato come riparatore di torti dagli umiliati e offesi del passato, giunge non nella forma della giustizia ma in quella della vendetta.

Tutto ciò resuscita, paradossalmente, l'idea di posterità, idea che pareva morta al mondo. Per circa due secoli, a partire dalla Rivoluzione Francese, lavoratori sfruttati, patrioti oppressi, artisti misconosciuti si sono appellati ai posteri invocando giustizia. Poi, alla fine del secolo scorso, la stella della redenzione della Storia è parsa spegnersi definitivamente. Ora sembra, invece, riaccendersi e ardere di una fiamma fanatica. "I posteri siamo noi", urlano i nuovi censori.

In verità, a ben guardare, la recente metamorfosi del tribunale della storia in tribunale dell'inquisizione non è affatto una riattivazione, se pur partigiana e militante, della coscienza e della memoria storica ma il suo esatto opposto: è la loro palese, radicale, forse definitiva obliterazione.

Siamo di fronte all'ennesima manifestazione di ciò che alcuni definiscono "presentismo", cioè quella dittatura del presente che cancella dall'esperienza sociale del tempo le dimensioni di passato e futuro, condannandoci a vivere sotto dettatura della cronaca, in una temporalità atrofizzata, una sorta di "permafrost astorico e gaudente", o astorico e rabbioso.

Il nuovo tribunale della storia sopprime, infatti, innanzitutto ogni capacità (e volontà) di storicizzare, vale a dire di comprendere la vita degli uomini nel tempo, la patetica, grandiosa, sempre sbilanciata, drammatica, inquieta condizione umana come condizione di chi esiste soltanto nel corso del tempo. E quando scrivo "storicizzare" non penso alla capacità professionale degli storici di collocare un personaggio o accadimento in una vasta conoscenza del contesto in cui si produsse (capacità comunque indispensabile).

La storia cui si appellarono i derelitti del passato era la storia dei popoli non quella degli storici. Penso a quella sublime forma di pietà che ci guida a comprendere l'altro da noi quando riusciamo a giudicare l'umanità nel tempo e ogni uomo nel suo tempo. È difficile, è come riuscire a scattare una foto del volo rapido di un uccello da un mezzo in rapido movimento. Noi nel gorgo del nostro tempo, lui nel gorgo del suo.

È difficile ma necessario. Uso il verbo "giudicare" perché non credo affatto che storicizzare un personaggio del passato - sia esso Cristoforo Colombo o nostra nonna - debba significare relativizzare, stabilire una sorta di equipollenza narrativa tra la vittima e il carnefice. Tutt'altro. Storicizzare deve sempre significare chiedersi cosa avrei fatto io davvero al suo posto e, simultaneamente, cosa era giusto fare nella sua epoca? Domande abissali, che richiedono studio, riflessione, onestà e, soprattutto, pietas. Pietà per loro e per noi. Per i morti, per i viventi e per i non ancora nati, anch'essi destinati a esistere solo nel tempo.

Un unico esempio: Winston Churchill. Il grande Primo ministro del Regno Unito fu un privilegiato votato a conservare i privilegi della sua casta, un militarista, un nazionalista, ovviamente maschilista, mediamente razzista e sovranamente alcolista? Certo che lo fu. Winston Churchill era un aristocratico inglese di antico lignaggio, un uomo dell'Impero che in gioventù aveva coraggiosamente e orgogliosamente combattuto in India, nella seconda guerra boera e a Omdurman, nella guerra mahdista.

Dobbiamo assolverlo perché, a dispetto di tutto ciò, seppe ergersi, con la sua squisita eloquenza, la sua intelligenza del disastro, la sua ferrea volontà politica, a ultimo baluardo europeo contro il Nazismo? No. Dobbiamo comprenderlo - e ammirarlo - perché proprio in virtù di tutto ciò poté salvare la Gran Bretagna e l'Europa da Adolf Hitler.

Raccontare. Senza sconti, senza filtri, a fondo. Questo continua a sembrarmi il miglior antidoto a ogni furibondo accecamento ideologico, ad ogni censura moralistica ammantata da superiorità morale. Perché, come ci insegnò un grande filosofo, è solo entrando in un racconto che il tempo - spietato, indifferente, sterminatore - si umanizza, diventa tempo umano.