Non bisogna rassegnarsi al virus della corruzione Stampa

di Peppino Ortoleva


Il Secolo XIX, 12 luglio 2020

 

In questi giorni, per diversi motivi. il problema della corruzione è di attualità. Il rischio è che a questo male, tra i più gravi degli Stati moderni in generale e particolarmente acuto in Italia, ci si arrenda come a un fenomeno inevitabile. I suoi costi però sono anche più pesanti di quanto spesso si pensi. E per combattere la corruzione è necessario cambiare alcuni atteggiamenti e modi di vedere diffusi, e sbagliati.

È di pochi giorni fa la presentazione del decreto chiamato di semplificazione, con il quale si passa da regole che sottoponevano a complicate procedure tutti gli appalti superiori a 40.000 euro alla possibilità di affidare appalti "per chiamata diretta", cioè per scelta indiscussa degli amministratori, fino a 150.000 (tre volte e mezzo più di prima).

E almeno in alcuni campi si applicano procedure con ampi margini di arbitrio per appalti fino a oltre 5 milioni di euro. Tutto questo contiene un messaggio: se applichiamo norme "rigorose" rischiamo di bloccare tutto; altrimenti in nome della semplificazione dobbiamo rendere la vigilanza contro la corruzione meno stringente.

Sempre in questi giorni si parla molto dello scontro tra Paesi "frugali" e quelli spesso definiti "spendaccioni", a cominciare dal nostro. Ma i privati e le famiglie italiane sono tutt'altro che "spendaccioni": al contrario, sono stati a lungo i maggiori risparmiatori d'Europa, e se ora lo sono meno è essenzialmente per un impoverimento diffuso che ha ridotto i loro margini economici. Il vero male italiano è il deficit pubblico: a determinarlo è in primo luogo l'enorme debito accumulato negli Anni Settanta-Ottanta, che fu dovuto per una notevole parte alla corruzione definita allora come "il costo della politica".

In secondo luogo pesano gli interessi su quel debito. E oggi, mentre la quantità e la qualità dei servizi continuano a ridursi, il perdurare della corruzione mantiene i costi del settore pubblico decisamente più alti di quanto non potrebbero e dovrebbero essere. I costi del fenomeno corruttivo, inoltre, non sono soltanto economici.

Ne viene inquinata qualunque procedura di selezione, per cui vince gli appalti chi è più dotato di denaro e meglio introdotto nelle camere del potere anche se il suo lavoro è inferiore sul piano della tecnologia e della qualità complessiva rispetto a quelli che vengono scartati. Inoltre, chi ha pagato "il pizzo" sa di potere violare molte regole, incluse quelle di tutela della salute e della sicurezza: chi dovrebbe controllarli, essendo loro complice, tende più facilmente a chiudere un occhio su tutte le violazioni. Non stiamo parlando, è giusto ricordarlo, di un male solo italiano.

È difficile fare una classifica seria dei Paesi in cui si fanno più sentire le pratiche corruttive: si tratta di un'area di illegalità sulla quale non ci possono essere dati certi. Esiste invece un "indice della corruzione percepita", cioè della reputazione che i diversi Paesi si sono fatti in materia. Secondo questo indice il Giappone sarebbe percepito come il ventesimo tra i Paesi meno corrotti, e l'Italia come il cinquantesimo.

Ferma restando la gravità del male in Italia, quanto è davvero affidabile un indice del genere? La storia del "pochissimo corrotto" Giappone è stata tutta segnata, dagli anni 70 a oggi, da ricorrenti scandali, sia pure relativi spesso a cifre relativamente piccole, che hanno fortemente condizionato la vita politica e finanziaria del Paese. In altri Paesi come gli Stati Uniti (il ventitreesimo tra i "meno corrotti" in quella classifica) accanto alla corruzione vera e propria esistono modi legalizzati di acquistare favori in cambio di denaro o di altri favori, dalle donazioni elettorali all'attività delle lobby.

E ci sono alcuni Stati Usa nei quali una o poche grandi compagnie sono in pratica padrone del sistema. D'altra parte, contrariamente a diffuse convinzioni, non è vero che la corruzione sia un male tipico delle democrazie: gli Stati a regime dittatoriale non ne sono per nulla meno colpiti. Si parla di "cleptocrazia" (i ladri al potere) nel caso della Russia, con lo strapotere della cerchia più vicina a Putin, come per le repubbliche dell'Asia centrale dove le famiglie dei dittatori si sono immensamente arricchite.

E la Cina conduce ogni pochi anni grandi "campagne anti-corruzione": il che indica sia che il male è considerato endemico nell'amministrazione pubblica del Paese sia che le politiche condotte per sradicarlo risultano inefficaci, visto che ogni volta si deve ricominciare a combatterlo da capo. Ma questo non ci deve far pensare che la corruzione sia una specie di malattia cronica e inevitabile. Che si può fare per combatterla? Dovremmo tutti, inclusi media e opinione pubblica, riconoscere come colpevoli non solo i corrotti ma anche i corruttori: non solo i politici e i funzionari che percepiscono tangenti, ma anche coloro che le pagano, in cambio di vantaggi che non dovrebbero ottenere.

Come del resto prevede il codice penale italiano. Se i corruttori non sono essi stessi puniti più di quanto in generale non siano, rimosso un funzionario corrotto ne troveranno un altro disposto a fare favori in cambio di soldi. E poi, la corruzione consiste spesso anche in tanti piccoli atti che molti considerano inevitabili, per superare qualche ostacolo, o per perdere meno tempo.

"Ungere le ruote" non è un fastidio, o un prezzo da pagare ai disonesti che sarebbero sempre altri. La corruzione è un male delle società nel loro insieme, non solo della politica o della burocrazia; un male di cui siamo tutti vittime, ma siamo spesso anche complici e colpevoli.