Detenuti e polizia penitenziaria: dal contesto detentivo al pensiero politico Stampa

di Antonio Nastasio*


bergamonews.it, 12 luglio 2020

 

Se volessi rappresentare il contesto dell'attuale realtà che amministra le nostre carceri (Dap), potrei riferirmi a due raffigurazioni di memoria storica, due assiomi che esprimono chiaramente la situazione nella quale troviamo detenuti ed agenti di polizia penitenziaria: oggi vi parlo del primo e prossimamente dell'altro.

Il primo assioma è quello dell'aquila bicipite, raffigurata con due teste separate e rivolte in due direzioni opposte, che vanno ad identificare l'unione di due imperi. Queste due teste, da Costantino in poi, divennero vessillo di case nobili o regnati, che intendevano rappresentare con le due teste, due poteri e due finalità uniti in un solo corpo, per meglio affermare potere, ideazione, imposizione.

Parlando di aquila bicipite riferita al mondo penitenziario, da un lato troviamo la situazione del potere che si vuole vincente, all'opposto quella del reo che si vuole punire. Di questa rappresentazione il dipartimento di amministrazione penitenziaria fa scuola d'arte: i civili carcerari e quelli non carcerati; i civili e i militari; le figure amministrative a quelle tecniche; le figure apicali con quelle di base. Per civili si intendono i dirigenti di carcere, i provveditori, e per chiudere i vertici del Dap, tutta quella pletora di direttori generali e funzionari in giacca e cravatta, che non portano l'uniforme e non hanno arma e tesserino perché poliziotti non sono.

Il problema è che in questo contesto odierno, le due teste sono in opposizioni, rivolte contro sé stesse per farsi battaglia, con il risultato che il corpo portante anziché affermarsi si indebolisce; le due teste anziché essere opposte per gridare all'esterno il potere del corpo portante si capovolgono e si sbranano tra loro. Questo movimento dell'amministrazione penitenziaria quanto e come potrà durare?

Attualizzando lo stemma imperiale al nostro contesto, le teste dei due poteri (quello che viene dal corpo di polizia penitenziaria e quello dei detenuti) non sono rivolti verso l'esterno per gridare i loro disagi e conflitti, ma anche virtù delle quali sono portatori. Sono invece rispettivi poteri che si guardano in aperto conflitto tra loro.

La testa dei detenuti grida dolore vivo e vitale per i detenuti, ma anche capacità di superare imposizioni, ritmi, annientamento personale e di gruppo, solitudine. È anche una testa che chiede supporto dall'esterno, frutto di un potere che non cessa con la detenzione ma vi sopravvive.

La testa della Polizia penitenziaria, e dell'agente di reparto in modo specifico, esprime un suo potere di supremazia di vigilanza, di ordine ed azione, consacrato sull'altare del dover comunque sopravvivere a questo lavoro, con i turni di lavoro da far trascorrere il tempo possibilmente senza problemi. Ma anche qui, basta un nulla che le due teste anziché rivolgersi all'esterno per cercare aiuto e riconoscimento, si ritrovino a rigirarsi e sbranarsi tra loro senza esclusioni di colpi con mezzi e strumenti propri e specifici di ciascun potere.

E così il corpo portante, da cui si ergono le due teste, ne rimane penalizzato, punito ed affievolito. Non è saziando di volta in volta una delle due teste, polizia con promozioni e detenuti con scarcerazioni ed indulti fatti per opportunità, che il corpo si rafforza: se ne alimenta solamente la sua autodistruzione. Il Ministero della Giustizia, concludo, dovrebbe assumersi la responsabilità politica del fallimento del sistema penitenziario e della gestione dei detenuti nella forma del trattamento, come dell'assenza di una concreta e lungimirante progettualità, sia della polizia penitenziaria sia del sistema carcerario stesso.

*Ex dirigente superiore dell'Amministrazione penitenziaria, in quiescenza