sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Giordano Stabile


La Stampa, 9 ottobre 2021

 

La sentenza contro Al-Sadhan per aver criticato la monarchia saudita attraverso un account anonimo. La sorella dalla California: "In prigione lo hanno torturato con bastonate e scosse elettriche". Vent'anni di galera per un Tweet. Ha criticato il governo su un account anonimo ma le autorità sono risalite alla sua identità, l'hanno arrestato, processato e adesso hanno confermato, in un tribunale anti-terrorismo, una condanna a vent'anni di carcere, con l'aggiunta di altri venti con divieto di espatrio. Abdulrahman al-Sadhan, 37 anni, impiegato alla sede della Croce rossa a Riad, è finito nella rete della repressione del dissenso in Arabia Saudita, l'altro volto del regime del principe Mohammed bin Salman, che pure ha aperto il Paese alla concorrenza, agli investimenti privati e allo sport, con il recente acquisto del Newcastle e la finale di super coppa italiana che si terrà il 22 dicembre a Riad. Le critiche allo Stato e alla famiglia regnante sono però stroncate con la massima severità, anche sui social. Al-Sadhan aveva creato un account anonimo, sotto lo pseudonimo di Samahti, dove denunciava la pessima condizione economica, la mancanza di lavoro pure per i laureati all'estero come lui e prendeva in giro le "presunte riforme" del principe. Pensava di essere al sicuro ma il 12 marzo del 2018 è stato prelevato dalle forze di sicurezza nel suo ufficio.

Per 23 mesi è scomparso nel nulla, inghiottito in una delle carceri speciali saudite. Alla vigilia del processo di primo grado gli hanno concesso una telefonata alla madre e alla sorella, che vivono negli Usa. Lo scorso aprile per Al-Sadhan è arrivata la condanna a vent'anni, con fumose accuse di "collusione con potenze straniere". La sorella Areej, dalla California, ha accusato le autorità di non avergli concesso "neppure un avvocato di sua scelta" e, ancor più grave, di averlo "maltrattato e torturato" durante la carcerazione segreta: bastonate, scosse elettriche, privazione del sonno, molestie sessuali. Areej ha spiegato che il fratello era tornato in patria nel 2014 pieno di speranze, dopo la laurea in economia alla Notre Dame de Namur University: "Non era un attivista, era solo consapevole delle difficoltà che affrontano i giovani e le giovani nel mondo del lavoro". I media vicini al governo, come Al-Arabiya, hanno ribattuto che nell'account associato al suo nome si trovano anche tweet di simpatia per l'Isis o l'Iran.

Ma l'inchiesta ha anche un risvolto internazionale che coinvolge gli Stati Uniti. Sia la speaker della Camera Nancy Pelosi che il portavoce del dipartimento di Stato Ned Price si sono espressi in favore di Al-Sadhan e in difesa "dell'esercizio pacifico dei diritti universali", come la libertà di espressione, che "non dovrebbero mai essere puniti". A preoccupare Washington è anche come Riad è riuscita a risalire ad Al-Sadhan. Il suo caso si lega a un'inchiesta di spionaggio su due impiegati di Twitter, che sono riusciti ad accedere a seimila account anonimi critici con il governo, compresi una trentina che le autorità saudite volevano indagare a tutti i costi. Il leak ha condotto a decine di arresti nei primi mesi del 2018. L'Fbi è sulle tracce di un terzo sospetto. Il timore è che altri regimi autoritari possano utilizzare talpe e tecnologie sofisticate per dare la caccia ai dissidenti sui social made in Usa.