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di Liana Milella


La Repubblica, 9 ottobre 2021

 

Parla l'ex procuratore aggiunto di Roma Nello Rossi:."Dal forte sostegno al referendum arriva un messaggio preciso al Parlamento. Non è più tempo di contrapposizioni ideologiche, altrimenti saranno ancora i giudici a decidere. In processi angosciosi e incerti".

"L'Italia è uno stato laico. Il che implica il massimo rispetto per le convinzioni dei cattolici, per i quali la vita è un dono indisponibile, ma anche la capacità dello Stato, ove vi sia una maggioranza in Parlamento, di procedere per la sua strada, disciplinando l'eutanasia legale. Che non imporrà nulla ai credenti, ma consentirà a ciascuno la decisione di porre fine a una vita ridotta a intollerabile, e spesso mortificante, sopravvivenza". Dice così Nello Rossi, ex procuratore aggiunto di Roma che ha chiuso la carriera da avvocato generale in Cassazione, e oggi direttore di Questione Giustizia, la rivista online di Magistratura democratica, che più volte in questi mesi ha affrontato il nodo dell'eutanasia.

 

In Cassazione, da ieri, ci sono 1.239.423 firme per chiedere il diritto all'eutanasia. Da magistrato le ritiene tante o poche?

"Un sostegno così forte all'iniziativa referendaria trasmette un messaggio preciso. Moltissimi cittadini ritengono che i tempi sono maturi per il riconoscimento della libertà di ciascuno di porre fine alla propria vita in modo dignitoso e senza patire sofferenze ulteriori rispetto a quelle, divenute intollerabili, derivanti da malattie incurabili o da trattamenti artificiali di mera sopravvivenza. Il che significa abbandonare l'idea della indisponibilità della vita e far entrare nel catalogo dei diritti individuali quello di decidere di sé sino all'ultimo atto dell'esistenza".

 

Ammetterà che tante firme rappresentano sicuramente una forte messa in mora del Parlamento dopo la sentenza della Consulta sul caso Cappato che risale addirittura al 27 novembre del 2019...

"È un fatto che, sino ad ora, le questioni di vita e di morte poste da tante situazioni estreme e drammatiche sono state affrontate e decise - a mio avviso con misura e saggezza - nei tribunali, dai giudici comuni e dal giudice costituzionale. Ma ciò ha comportato che a vicende umane tragiche si sia aggiunto il calvario, spesso inevitabile, di processi penali dall'esito incerto fino alla fine. È venuto il momento che la Repubblica offra in questo campo certezze e concreta assistenza".

 

Queste firme, con i casi di cronaca che si accavallano - da Dj Fabo, a Daniela, a Mario, a Laura, ad Antonio, solo per citare quelli seguiti dall'Associazione Luca Coscioni - non dimostrano che ancora una volta le Camere sono spaventosamente in ritardo rispetto alle richieste degli italiani?

"Non vedo un legislatore inerte. Registro, piuttosto, un prolungato stallo del Parlamento. Eppure la Corte costituzionale, con le sue pronunce, ha indicato un percorso ragionevole sul tema del fine vita. Mi chiedo allora: perché non imboccarlo con decisione ed insistere su contrapposizioni ideologiche che finiscono con l'essere e con l'apparire crudeli a fronte delle cronache angosciose di cui lei parla?".

 

Che previsioni fa sull'esito del referendum? La Consulta lo riterrà ammissibile?

"Sarebbe arduo fare previsioni ed è un compito che non mi compete. Ma è certo che, qualunque sarà la soluzione adottata, si tratterà di una delle decisioni più difficili che la Corte abbia mai dovuto prendere".

 

Cerchiamo di capire perché decidere sarà così difficile. Ipotizziamo che ci possa essere un via libera della Corte. E che, a seguire, gli italiani votino facendo superare al referendum il quorum necessario. Guardiamo il testo che uscirebbe in caso di vittoria. Che propone di abrogare la parte dell'articolo 579 del codice penale che oggi punisce con una pena molto alta - da 6 a 15 anni - "l'omicidio del consenziente". Questo nuovo testo sarebbe applicabile e accettabile?

"Questo è un punto sul quale occorre essere fino in fondo chiari. Leggendo il quesito referendario e valutando la cosiddetta normativa di risulta - cioè la norma che scaturirebbe dalla parziale abrogazione dell'articolo 579 del codice, che oggi punisce l'omicidio del consenziente - si constata che la vittoria del "si" avrebbe un unico effetto: cancellare la sanzione penale per chiunque (familiare, amico, medico, altro "incaricato") sopprima, con il suo consenso, una persona maggiorenne, sana di mente, libera e consapevole nella sua volontà di morire".

 

Sta dicendo che, con un testo come questo, ci sarebbe chi potrebbe approfittarne?

"Dico che la pura e semplice "depenalizzazione" dell'omicidio del consenziente, nei termini di cui ho detto, si porrebbe su di un piano completamente diverso da quello dell'eutanasia attiva volontaria esistente in altri Paesi. Nei quali l'eutanasia è ammessa in situazioni patologiche gravissime, accompagnata da regole certe sulla prestazione del consenso e sulla sua revocabilità sino all'ultimo momento, affidata a medici che sono legittimati a praticarla dopo aver acquisito il parere di organismi etici ed attuata in forme rispettose della dignità umana, avendo cura di non provocare ulteriori sofferenze. Aggiungo che estendere all'omicidio del consenziente le regole del "consenso informato" per i trattamenti terapeutici non sarebbe né facile né scontato".

 

Ha letto cosa ha detto il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, proprio ieri davanti a una platea di medici? Dice che "suscita una grave inquietudine la prospettiva di un referendum per depenalizzare l'omicidio del consenziente". E aggiunge che "non vi è espressione di compassione nell'aiutare a morire, ma il prevalere di una concezione antropologica e nichilista in cui non trovano più spazio né la speranza né le relazioni interpersonali"...

"Il nostro è uno Stato laico: ha dovuto ricordarlo di recente il presidente del Consiglio in carica, intervenendo nelle discussioni suscitate dal ddl Zan contro l'omofobia. Il che implica il massimo rispetto per le convinzioni dei cattolici, per i quali la vita è un dono indisponibile, ma anche la capacità dello Stato, ove vi sia una maggioranza in Parlamento, di procedere per la sua strada, disciplinando l'eutanasia legale. Che non imporrà nulla ai credenti, ma consentirà a ciascuno la decisione di porre fine ad una vita ridotta a intollerabile, e spesso mortificante, sopravvivenza".

 

Scusi, ma lei oggi non vede quali sono le difficoltà in cui si imbatte chi, tetraplegico e ridotto a una vita che non si può definire una vita, vuole morire e cerca di ottenere l'autorizzazione al suicidio? Rispetto alla sentenza della Consulta si accavallano le difficoltà, gli ostacoli, ma soprattutto lo scaricabarile di chi, come le Asl, dovrebbe fornire risposte. E allora non è il momento di intervenire?

"Seguo anch'io, con dolorosa partecipazione, le storie di disperazione riportate dalla stampa. Purtroppo esse sono figlie della mancanza di una normativa chiara che obblighi le istituzioni a rispondere tempestivamente ad una richiesta di morte medicalmente assistita. Il testo base di una vera e necessaria legge sull'eutanasia, oggi all'esame delle commissioni della Camera, prevede l'intervento di un medico e una procedura di decisione ragionevolmente rapida e garantita. La chiave di soluzione del problema è lì".

 

Lei è un laico e sostiene di essere a favore dell'eutanasia. Non ritiene che troppi ostacoli normativi - come il moltiplicarsi delle autorizzazioni - di fatto la rendano impossibile?

"In questo campo le garanzie legali sono assolutamente indispensabili per scongiurare abusi e rischi di una nuova eugenetica a danno di anziani o deboli. Ma esse possono coniugarsi con una procedura ragionevolmente rapida. Su questo aspetto il referendum non dice e non può dire nulla. Perciò, di fronte ad esso, anche chi è favorevole all'eutanasia rischia di trovarsi interiormente diviso. Tra il "desiderio politico" che l'eutanasia sia introdotta anche in Italia e la "razionalità giuridica" che gli ricorda che la soluzione referendaria genererebbe gravi problemi e, con ogni probabilità, darebbe vita a nuovi, angosciosi processi penali".

 

Quindi lei pensa che, comunque, una legge serva ugualmente? E al Parlamento direbbe che va fatta prima del referendum in modo da evitarlo?

"Non c'è dubbio che sia così. Il Parlamento deve uscire dal pantano, approvare rapidamente il testo già ampiamente discusso, sciogliendo gli ultimi nodi ancora da dipanare".

 

La Consulta, sul caso Cappato, aveva posto quattro condizioni, ammettendo l'aiuto al suicidio per "una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, sempre che tali condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente". Non sarebbe sufficiente attenersi a tutto questo, che è già molto impegnativo e oggi non viene rispettato, per fare una legge?

"Nulla può sostituire una legge e le certezze che può offrire sui tempi e sulla procedura da seguire per rispondere ad una persona che abbia indiscutibili ragioni per scegliere di por fine alla sua vita con dignità e senza sofferenza. C'è però un punto essenziale da chiarire: il concetto di "trattamento di sostegno vitale" che legittima la richiesta dell'eutanasia - di cui parlano il giudice costituzionale e il testo all'esame della Camera - non può essere rappresentato solo da nutrizione, idratazione e respirazione artificiale. Deve essere esteso a cure, ad es. quelle chemioterapiche, che tengano in vita una persona solo a prezzo di gravi sofferenze. La richiesta di eutanasia dovrebbe essere ammessa anche in questi casi. Come qualche tribunale ha già detto in maniera argomentata e condivisibile".