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di Francesco D'Errico*


Il Dubbio, 9 ottobre 2021

 

Il libro "Un giorno lo dirò al mondo", di Alessandro Milan, ripropone il tema della pena di morte. Scrivere un libro contro la pena di morte negli anni 20 del 2000 può sembrare, in Italia, un'operazione fine a sé stessa. Tuttavia, per convincersi del contrario è sufficiente riprendere i dati del 54° Rapporto Censis (2020) sulla situazione sociale del Paese.

Secondo i ricercatori dell'istituto, infatti, quasi la metà degli italiani (precisamente il 43%) è favorevole alla reintroduzione della pena capitale: un dato preoccupante. Se è vero, infatti, che il "nucleo duro" della Costituzione contiene principi che la dottrina ritiene non riformabili, tra cui il divieto della pena di morte, è altrettanto vero che per evitare un violento rigetto delle garanzie costituzionali da parte della comunità, è necessario che esse non vivano solo sulla carta. Il rischio, in tal senso, è che "la legge delle leggi" possa essere percepita come un elemento trapiantato artificialmente in un ambiente impermeabile e inospitale, producendo una pericolosa distanza tra le fondamenta del nostro vivere civile e la società.

Proprio per questo, "Un giorno lo dirò al mondo" (Mondadori, 2021) di Alessandro Milan, giornalista di Radio24, è, prima di tutto, un libro da far leggere a coloro che non si sono ancora convinti dell'atrocità e dell'inutilità di quello che Dostoevskij definì "assassinio legale", un omicidio ritenuto dallo scrittore russo "incomparabilmente più orrendo dell'assassinio brigantesco", in quanto "chi è assalito dai briganti spera di potersi salvare fino all'ultimo momento", mentre "quest'ultima speranza, con la quale è dieci volte più facile morire, viene tolta con certezza dalla condanna a morte".

Milan affronta il tema occupandosi di una vicenda che lo ha riguardato direttamente dal punto di vista professionale: l'esecuzione di Dereck Rocco Barnabei, giustiziato tramite iniezione letale dallo Stato della Virginia il 14 settembre del 2000, dopo sette anni di detenzione. L'autore all'epoca ha seguito in veste di cronista il calvario di Dereck e, dopo vent'anni, ha deciso di raccontarlo servendosi di una ricostruzione a metà strada tra la controinchiesta e il diario, dando vita ad una narrazione nella quale convivono una precisa ricostruzione giudiziaria, frutto di uno studio dettagliato dell'inchiesta e del processo, e le tante emozioni, spesso tra loro contrastanti, di un giovane giornalista alle prese con un caso che lo ha segnato per sempre.

Scorrendo le pagine emergono tutti i mali che affliggono la giustizia penale americana, ma anche diverse tendenze patologiche cui assistiamo in modo simile in Italia, in primis quella della gogna mediatica, fenomeno cui si abbevera una comunità sempre più assetata di vendetta e alla continua ricerca di un capro espiatorio. Non a caso, leggendo "Un giorno lo dirò al mondo" torna alla mente "Crainquebille", romanzo in cui Anatole France ha descritto con grande efficacia "il gusto che tutte le folle provano per gli spettacoli ignobili e violenti", così come emerge quell'ossessione punitiva che Didier Fassin, riferendosi ai giorni nostri, ha definito addirittura "una passione contemporanea".

Ad ogni modo, sembra che un cerchio, almeno a Norfolk, si sia chiuso. Di recente, infatti, a poco più di un mese dall'uscita del libro, la Virginia ha abolito la pena capitale. Dopo essersi tristemente guadagnato sul campo il record di esecuzioni negli Usa lo Stato del Sud ha finalmente preso la decisione cui il Granducato di Toscana giunse nel lontano 1786.

E Dereck ne sarebbe sicuramente felice, perché nel death row, a pochi giorni dalla fine, se ha deciso di continuare a dialogare con Alessandro Milan, che lo ha più volte intervistato, non lo ha fatto soltanto per reclamare la sua innocenza, ma anche e soprattutto per raccontare al mondo la barbarie e l'orrore dell'"assassinio legale".

 

*Presidente Associazione Extrema Ratio