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di Giuseppe Legato


La Stampa, 9 ottobre 2021

 

Botte in carcere, le dichiarazioni dell'ex vicedirettrice. Inseguiti dagli agenti, i detenuti correvano in favore di telecamere per avere delle prove. Ma anche così chi doveva visionare quelle immagini non lo faceva. Se c'è una storia che racconta, purtroppo, meglio di altre i metodi con i quali - secondo la procura - si cercavano di insabbiare o minimizzare le violenze degli agenti contro i detenuti nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino, è quella di J.V.C., che nel 2018 si trovava ristretto nel penitenziario nella sezione "Sex Offender". Gli agenti indagati dal pm Francesco Pelosi per tortura e lesioni credevano che fosse lì perché aveva violentato il figlio. Errore: aveva aggredito la moglie.

J.V.C. è una delle vittime della maxi-inchiesta della procura. Ed è una delle pochissime segnalazioni giunte sul tavolo dei magistrati direttamente dall'istituto di pena. Motivo? Fu la scrupolosa ex vicedirettrice della casa circondariale Francesca Daquino, oggi direttrice del carcere di Asti, a inviare la notizia di reato al Palagiustizia. Una pratica per nulla comune a quei tempi dentro l'istituto del capoluogo.

Ed è lei stessa a svelarlo al pm durante la sua audizione, come persona informata sui fatti il 25 settembre 2018: "Nell'arco della giornata (in cui dispose l'invio degli atti in procura ndr) - raccontò - sono stata chiamata dal Comandante di reparto, che mi riferiva di aver ricevuto copia della relazione e del mio provvedimento in calce. Lo stesso - aggiunge Daquino - dopo aver visto la mia decisione sull'inoltro alla procura mi diceva di non poter mandare la segnalazione ai magistrati così precisando di voler svolgere alcuni accertamenti. Mi diceva: ho visto la decisione sulla relazione della dottoressa Demuro, le chiedo se vogliamo adottare una soluzione condivisa".

Quale fosse lo spirito collaborativo invocato dal comandante si capisce subito dopo: "Soprassedere sull'inoltro alla Procura della Repubblica oggi e inoltrare tutto dopo aver svolto degli accertamenti sul fatto. Ribadivo - afferma ancora a verbale l'ex vicedirettrice - che l'inoltro doveva avvenire in giornata non condividendo la sua posizione. Avrebbe potuto condurre gli accertamenti, ma sottolineavo che l'inoltro doveva avvenire quello stesso giorno L'esito delle indagini interne avrebbe potuto essere inoltrato alla Procura con un eventuale seguito".

Cosi andò. Seguì la relazione del Comandante "che - si legge agli atti dell'inchiesta - ha poi ricostruito, spiegato e confermato la bontà dell'operato dei suoi collaboratori". Per lui insomma andava tutto bene. E come lui, nemmeno l'ispettore M. G. (anche lui indagato), coordinatore del blocco C del carcere, si era molto interessato alla vicenda pur conoscendola: "G. - scrivono i carabinieri della procura - dichiarava di aver effettivamente appreso dal detenuto quanto accaduto, ma di non aver ritenuto di informare alcuno". Per sfuggire alle botte degli agenti.

J.V.C. ha raccontato di essersi messo a correre lungo il corridoio in favore di telecamera. Ma G. "non ha ritenuto" nemmeno stavolta "di visionare i filmati sia per difficoltà di tipo tecnico e sia perché la verifica dell'accaduto esulava dalla sua competenza".

Il quadro di misteri si è infittito quando il legale del detenuto, legittimamente, ha eccepito la sussistenza del segreto professionale cosi non rispondendo alle domande del pm procura il 21 settembre 2018. Ci ha pensato il magistrato a ricostruire la vicenda ed oggi è questo uno dei fatti contestati agli indagati.