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di Giorgio Paolucci

 

Avvenire, 9 ottobre 2021

 

Se dobbiamo dare ascolto a Dostoevskij, secondo cui "il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni", l'Italia fa decisamente una brutta figura. I numeri sono impietosi: al 30 giugno i detenuti erano 53mila su 47mila posti disponibili, con un tasso di affollamento del 113%, che in 11 carceri sale al 150%.

Solo un terzo della popolazione detenuta lavora, tra questi il 12 percento per cooperative o imprese esterne, mentre 188% è alle dipendenze dell'amministrazione penitenziaria con mansioni legate ai servizi interni o alla manutenzione ordinaria degli edifici.

La detenzione costa allo Stato 3 miliardi, il 68% viene impiegato per la polizia penitenziaria, meno di un euro al giorno è destinato all'educazione, alla faccia dell'articolo 27 della Costituzione secondo il quale "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".

Il 75% di quanti escono di galera dopo avere scontato la pena torna a commettere reati, anche perché in molti casi il periodo di detenzione diventa una scuola del crimine. Giorgio Pigri, diacono, educatore professionale, figlio spirituale e grande amico di don Oreste Benzi, da 25 anni visita il popolo delle prigioni insieme agli amici della Comunità Papa Giovanni XXIII e lancia una provocazione con il libro "Carcere, l'alternativa è possibile" (Edizioni Sempre) in cui presenta il progetto Cec - Comunità educante con i carcerati - di cui è coordinatore nazionale. Un'idea che si ispira all'esperienza delle Apac brasiliane, modello di carceri "aperte" esportato in vari Paesi e che si sta applicando anche in Italia nei limiti concessi dalla nostra legislazione.

I detenuti vengono ospitati in alcune case dove si vive in forma comunitaria e intraprendono un percorso in cui prendono coscienza del male compiuto, si misurano conia Parola di Dio leggendo e commentando la Bibbia, imparano un mestiere e si cimentano in momenti di valutazione attraverso una "tabella di merito" in cui ognuno dà un voto a tutti gli altri sui vari aspetti della vita comune: pulizie, coinvolgimento nel percorso, capacità di relazione, disponibilità all'aiuto, gestione delle responsabilità. È un'esperienza molto impegnativa, come dice un detenuto: "Qui è meglio del carcere, ma è molto più dura".

Al termine del percorso si esce dalla comunità e ci si mette alla prova con un lavoro regolarmente retribuito: è l'anticamera del ritorno definitivo nella società. Sono già centinaia le persone che in questi anni hanno sperimentato con successo questa esperienza fatta di espiazione, cura delle ferite e ripartenza umana, che andrebbe sostenuta, potenziata e valorizzata nel quadro della riforma del sistema carcerario a cui la ministra Cartabia sta lavorando.

"L'uomo non è il suo errore", amava ripetere don Oreste Benzi, fondatore e anima della Comunità Papa Giovanni XXIII, e il popolo della Cec ne dà testimonianza vivente e commovente. Un detenuto non è definito dal reato per il quale viene condannato, se incontra qualcuno cheto guarda come una persona capace di bene la sua esistenza può ripartire, fino a diventare lui stesso un punto di positività a cui altri detenuti possono guardare.

Nelle comunità del progetto Cec crescono i germi di una umanità nuova e si costruisce una piccola-grande alternativa al carcere. Un bene per chi viene ospitato e un contributo per una società più umana e più sicura. Perché, come scrive Pieri, "la sicurezza sociale non è data dalla certezza della pena ma dalla certezza del recupero".