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di Stefano Folli


La Repubblica, 14 ottobre 2021

 

Si arriva alla data cruciale del 15 ottobre (domani) in un'atmosfera pesante. L'obbligo del Green Pass trova un'Italia percorsa da tensioni e da un malessere che non è solo figlio della strumentalizzazione da parte di frange estremiste. Il ricordo delle violenze di sabato scorso - opera dei "pochi facinorosi" condannati da Draghi - si mescola a nuove inquietudini per quello che ci attende nelle prossime ore. Sarà un problema di ordine pubblico, ma certo non solo. Il caso del porto di Trieste sta facendo da battistrada a situazioni analoghe in altre città marinare, con argomenti e stati d'animo destinati a coinvolgere via via ulteriori categorie di lavoratori in caso di successo anche parziale della protesta. Ci si attende quindi che le condizioni di disagio siano disinnescate in fretta, prima che si traducano in uno smacco politico per il governo. Con quali strumenti?

S'intende che il Viminale e le prefetture continuano ad avere un ruolo centrale, ma pesano gli interrogativi ancora senza risposta legati alla drammatica giornata romana, di cui si è avuta un'eco ieri alla Camera. In ogni caso la risposta dello Stato non può che essere articolata. C'è un livello che prevede l'uso della forza pubblica in caso di illegalità violente, tali da mettere a rischio la convivenza civile. È quello che non è stato fatto l'altro giorno a Roma per una serie di errori e anche per le considerazioni che il ministro dell'Interno ha illustrato a Montecitorio senza essere del tutto convincente. Poi c'è un livello che riguarda, si potrebbe dire, la psicologia di massa: vale a dire la capacità di persuadere chi si oppone al Green Pass non per ragioni pseudo-ideologiche o di convenienza politica, bensì perché lo ritiene in buona fede una violazione delle libertà individuali. Qui i manganelli servono a poco, conta molto di più la credibilità delle istituzioni nello spiegare che l'Italia è tutto tranne che una dittatura. Il presidente del Consiglio, in prima persona o attraverso i suoi collaboratori, è senza dubbio in grado di chiarire perché il certificato verde in questa fase appare necessario e per quali motivi l'Italia ha adottato delle regole molto più rigide di altri Paesi europei.

Infine il terzo livello è quello politico. Le incrinature che s'intravedono nella maggioranza, sullo sfondo delle proteste e nel timore di altre spinte eversive, non sono ancora laceranti, ma potrebbero diventarlo. Ne deriva che è responsabilità comune di tutte le forze, anche di chi è all'opposizione come FdI, evitare di soffiare sul fuoco: nelle piazze e in televisione.

La stessa questione di cosa fare con Forza Nuova, il partitino fascista che fa della violenza il suo credo pressoché esclusivo, è delicata. Non a caso Draghi l'ha avocata a sé, consapevole che lo scioglimento otterrebbe, sì, applausi diffusi, ma presenta risvolti assai complessi, meritevoli di essere valutati a mente fredda. Salvini ha chiesto al premier, in un incontro a Palazzo Chigi, di "guidare la pacificazione nazionale". Frase pomposa che evoca una sorta di guerra civile da chiudere. Non siamo a quel punto, per fortuna. Tuttavia è vero che il governo rischia non di cadere, bensì di subire un progressivo logoramento. A modo suo Salvini fa sapere che non intende contribuire a tale processo. Ottima intenzione, se i fatti seguiranno. Intanto i due partiti della destra potrebbero cessare di inseguire il feticcio della leadership. Sarebbe già un passo avanti verso la pacificazione.