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gnewsonline.it, 14 ottobre 2021


Due gruppi che convivono in uno spazio in cui l'aria è Ariaferma. Il carcere protagonista in una proiezione che sa di "umanità" e attualità. Al termine del film Ariaferma di Leonardo di Costanzo nel teatro di Rebibbia a cui ha partecipato la ministra della Giustizia, Marta Cartabia restano le diverse umanità e le tante questioni che ogni giorno attraversano la vita in carcere. Con le sue regole, le sue difficoltà, le sue continue emergenze, ma anche con i tanti mondi diversi che si incontrano. E che spartiscono la stessa "aria ferma".

"Il grande messaggio del film sono i punti di incontro, generativi di benefici per tutti", ha commentato la Ministra nel dialogo, dopo il film, con il regista, gli attori Silvio Orlando e Sasà Striano, moderato da Donatella Stasio a cui hanno partecipato anche un detenuto di Rebibbia e due ispettori.

"Ringrazio questo Istituto carcerario e tutti coloro che ruotano intorno ad esso perché grazie a loro la mia vita è cambiata dandomi l'opportunità di intraprendere una strada sana come quella del cinema. Grazie a cinema e teatro riusciamo a fare i conti con le nostre colpe e ad essere migliori. Quando sono uscito dal carcere, avevo la certezza di non tornare a delinquere" - ha commentato Sasà Striano al termine della proiezione.

"Mi hanno sempre interessato le figure di mediazione: in carcere ho trovato un mondo che mi ha colpito per la grande capacità di riflessione. Ho trovato educatori, agenti e direttori dotati di ciò e nella mia narrazione ho cercato di posizionarmi a metà tra queste figure e reclusi proprio per trovare un punto di equilibrio" - ha chiosato il regista.

"Più volte ho cercato di "sfilarmi" dal film a causa del forte disagio. Nei film non succede nulla di quello che qualcuno si aspetta dalla cinematografia carceraria ma i vuoti raccontati nella pellicola sono stati riempiti dal carcere stesso, vero protagonista. Silenzi e catenacci sono la vera colonna sonora" - ha aggiunto Silvio Orlando protagonista insieme a Toni Servillo - "È necessario grande rispetto per rappresentare le vite degli altri soprattutto per chi è privato della libertà, significa rappresentare un dolore infinito: il tempo del carcere è tempo fermo, sprecato, buttato via. Le giornate sono uguali. Si blocca qualcosa, si tiene in piedi la routine. Donare empatia a questo personaggio poteva essere ambiguo, sembrava assolverlo. Alla fine mi sono affidato al regista, i vuoti sono stati compensati: la scomodità ha portato ad una prima volta"

Nella pellicola si parla di regole, quelle regole che scandiscono i rapporti tra i protagonisti. In sala, nell'Istituto penitenziario romano, un detenuto e due ispettori riflettono sul carcere, che vivono ogni giorno raccontando le loro esperienze.

"L'opinione pubblica continua a vederci come "secondini" ma è necessario avere grande comunicazione con i detenuti, servono competenza e professionalità" - ha specificato uno dei due ispettori in forza a Rebibbia, interpellati da Donatella Stasio" - "Il nostro è un reparto a sorveglianza dinamica, mi piace pensare che in ogni generazione ci siano state persone capaci di movimentare l'aria. La definizione del ruolo è importante, devono essere definiti. Quello in carcere non deve essere tempo perso ma fatto di progettualità. Per dare un senso al tempo, perché dia una possibilità alla società e alle persone stesse".

Al termine del dibattito la ministra Cartabia, commentando alcuni passaggi del film ha sottolineato come il "silenzio" sia protagonista, un silenzio che non fa sconti ed esalta quei gesti, quegli sprazzi di immunità spiazzanti che attraversano tutta la pellicola. Ricordando poi come abbia tenuto per sé le deleghe alla formazione a testimonianza del segnale preciso e concreto sugli interventi in preparazione e attuazione sul carcere ha commentato: "Nel mare magnum delle problematiche carcerarie, quello che rimane tangibile sia nel film ma anche nella vita di tutti giorni è quello di puntare sul "capitale umano" nelle carceri. L'umanità, il barlume di una vita futura deve essere cardine su cui poggiarsi e che già i nostri Padri Costituenti hanno sancito nella Costituzione con l'articolo 27: la funzione rieducativa della pena come base per il futuro: non ve n'è un'altra".