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di Davide Dionisi


L'Osservatore Romano, 14 ottobre 2021

 

La luce forte e fredda, quella esterna del neon, viene spenta dall'agente di polizia penitenziaria che passa per l'ultima ispezione lungo i corridoi del carcere. Da lì in poi, il buio. O quasi. Perché all'interno della cella ci sono solo lampade-applique da pochi watt che non consentono alcun tipo di lettura. Per gli studenti detenuti che si stanno preparando in vista degli esami, questo è un grave handicap perché "le ore di inattività diventano troppe e, pur volendo, non si riesce a distinguere una riga dall'altra". A San Gimignano, in provincia di Siena, gli ospiti della casa di reclusione di Ranza, iscritti all'università, non avranno più questo problema.

Il cardinale Augusto Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena - Colle di Val d'Elsa - Montalcino, ha infatti consegnato nei giorni scorsi al direttore del carcere, Giuseppe Renna, una fornitura di cento lampade a led, con particolari caratteristiche di fluorescenza, destinate alle camere di pernottamento. "A rivelare la difficoltà dello studio notturno è stato uno di loro. Da lì ho capito quanto può essere importante una lampada direzionale, a basso consumo, che consenta lo studio autonomo anche nelle ore in cui l'impianto centrale non è attivo", spiega Renna.

"Sono molto contento di essere venuto a capo di questa situazione anche perché, contestualmente, abbiamo consegnato ai ragazzi i testi della lectio divina che ogni anno la diocesi pubblica. Accompagneranno i reclusi lungo il loro percorso di ripresa", aggiunge Lojudice. Un piccolo segnale che contribuisce alla rottura dell'isolamento con il mondo esterno. Ma con i limitati mezzi a disposizione non sempre è facile.

"Quando arrivo in una realtà nuova - riprende l'arcivescovo - la prima cosa che faccio è guardarmi intorno e capire chi ho di fronte. In questo inizio della dinamica sinodale, per esempio, sto cogliendo elementi nuovi che possono offrire un contributo enorme. L'esperienza detentiva è tra questi. Ai ragazzi ho detto che saranno i primi a essere coinvolti in questo percorso. È fondamentale, anche se appare banale sottolinearlo, scoprire, conoscere, capire dove si annidano i problemi e cercare di dare una risposta secondo le proprie possibilità. È vero, i mezzi sono pochi. Le nostre lampade sono un esempio eloquente", continua il porporato, spiegando che "dall'esterno si potrebbe dire: "È possibile che un'amministrazione penitenziaria non sia in grado neanche di garantire la luce nelle celle?".

Ma il direttore, persona molto aperta al confronto, ha subito accolto con favore il nostro supporto e si è detto disponibile a incontri futuri per migliorare la qualità della vita del suo istituto. Tanto è vero che, in occasione dell'apertura del cammino sinodale, il prossimo 17 ottobre a Siena, sarà presente una delegazione del Ranza. Con ogni probabilità verranno anche alcuni ospiti che usufruiscono dei permessi di legge. Questo vuol dire continuare un dialogo con la realtà che ci circonda, sempre con l'obiettivo di portare ovunque l'annuncio del Vangelo".

Una pastorale carceraria, se vuole essere incisiva, non può prescindere dal binomio carcere e territorio. Se non c'è questo, fallisce il recupero e il reinserimento nella società del detenuto. Il cardinale è convinto che "alcune cose, purtroppo, non possiamo gestirle perché appartengono al moloch della burocrazia, con tutte le sue pastoie e gineprai. Per quello che compete, invece, al singolo cittadino, al volontario o alla parrocchia, è necessario mettersi in gioco e inventare sempre nuovi percorsi anche all'interno di realtà così fragili. È chiaro che il perno della pastorale carceraria è la capacità, lo zelo e la passione del cappellano e dei volontari che lo assistono".

Un lavoro che, secondo il porporato, deve poter contare sulla stretta collaborazione con la parrocchia di riferimento: "A San Gimignano per esempio è stata predisposta una struttura con tre appartamenti (a breve sarà pronto un quarto) che accoglie i familiari dei detenuti e, siccome il carcere è situato in un luogo sperduto, i volontari si adoperano con i loro furgoni per accompagnarli ai colloqui con i loro cari. Si tratta di costruire un tessuto connettivo, sensibilizzando le comunità, far presente che queste persone esistono, che non sono scarti da gettare via o individui che, pur avendo commesso reati, devono essere rinchiusi e abbandonati.

Sono esseri umani che, se aiutati, si riscattano e diventano un problema in meno per la società. Per alcuni persino un'opportunità: penso a chi si laurea e a chi ha scelto la via dello studio per il proprio futuro". Le cento lampade di San Gimignano hanno già cominciato a dare i frutti sperati: "Uno di essi mi ha chiesto di essere coniatore della sua tesi sui cappellani del carcere nella storia; la discussione è prevista per dicembre. Primi segnali di una cultura che si accende e rende liberi", conclude Lojudice.