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di Fabio Tonacci


La Repubblica, 20 ottobre 2021

 

I pm di Agrigento affondano la "linea Salvini". Dopo due anni di indagini, la procura siciliana chiede l'archiviazione per l'armatore e il comandante della nave dei Mediterranea, in relazione al salvataggio di 30 migranti nel maggio del 2019. "Trasportarli a Lampedusa era legittimo". Tutto quello che gli attivisti delle navi umanitarie sostengono da sempre è ora contenuto in un atto giudiziario della procura di Agrigento. Una richiesta di archiviazione, per l'esattezza. A favore dell'equipaggio della Mare Jonio, da due anni sotto indagine per aver salvato 30 migranti alla deriva e per averli portati in Italia. Per i magistrati siciliani che quell'atto hanno scritto e firmato - il procuratore aggiunto Salvatore Vella e la sostituta Cecilia Baravelli - contrariamente a quanto vuole la "dottrina salvinian-sovranista", non si compie mai il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina quando si soccorre chi, in mare, si trova in pericolo. I migranti sui gommoni in balia delle onde del Mediterraneo lo sono, per definizione. Non serve neanche una "patente" per le navi della solidarietà. E, soprattutto, non sbaglia chi si rifiuta di consegnare i naufraghi alle autorità libiche, maltesi o tunisine.

La richiesta di archiviazione porta la data del 7 ottobre scorso. Fa riferimento al salvataggio compiuto dalla Mare Jonio, la nave della piattaforma civica Mediterranea, nella zona Search and Rescue (Sar) di competenza libica. Alle 18.15 del 9 maggio 2019 è stato avvistato un gommone verde scuro con a bordo trenta persone, tra cui due donne incinte (una al settimo e l'altra al quarto mese di gravidanza), una bambina di due anni, e quattro minorenni soli. "Veniamo dall'inferno", urlavano. Sono stati trasbordati sulla Mare Jonio. Dopo un batti e ribatti durato ore tra i Centri di soccorso di Roma, Madrid, Malta e Tripoli, la nave ha fatto rotta verso Lampedusa, dove è sbarcata l'indomani, il 10 maggio. Per questo il capomissione Beppe Caccia e il comandante Massimiliano Napolitano sono indagati per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e violazione di una diffida della Capitaneria di porto di Palermo, che gli aveva vietato di prendere il largo perché l'imbarcazione era priva di "necessarie certificazioni e autorizzazioni a svolgere il trasporto di persone in caso di emergenza". Era il periodo in cui Matteo Salvini, da ministro dell'Interno, aveva lanciato la politica dei porti chiusi. Due anni dopo, secondo la procura di Agrigento tutte le accuse devono cadere.

A Caccia e Napolitano è stato contestato il fatto di non essersi rivolti al centro soccorsi di Tripoli, pur avendo effettato il salvataggio nella Sar libica. Al riguardo, però, i due pubblici ministeri hanno scritto che "la scelta degli indagati di non avanzare richiesta di P.O.S.. (Place of safety, ndr) alle autorità libiche è assolutamente legittima e non contestabile. Il salvataggio delle vite in mare costituisce un dovere degli Stati e prevale sulle norme e sugli accordi bilaterali finalizzati finalizzati al contrasto dell'immigrazione irregolare". Accordi come quelli siglati dall'Italia con i Paesi del Nord Africa, per intenderci. I pm prima riportano una nota del 2 aprile 2019 del Comando generale della Guardia Costiera italiana, nella quale si dice che "le autorità libiche, per le attività di ricerca e soccorso nella propria area di competenza, non hanno mai assegnato un Pos alle organizzazioni non governative". Poi un documento dell'Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite. "Ai comandanti - si legge nella nota dell'Unhcr - non può essere chiesto, ordinato, e gli stessi non possono sentirsi costretti, a sbarcare in Libia le persone soccorse per paura di incorrere in sanzioni o ritardi nell'assegnazione di un porto sicuro".

Dunque, ragionano i magistrati agrigentini, aver puntato la prua verso Lampedusa è stata una manovra ponderata e legittima, perché anche La Valletta e Tunisi non offrivano garanzie. "Appare giustificabile la scelta di non dirigersi verso Malta - scrivono - date anche le esperienze vissute dall'equipaggio della Mare Jonio, poiché Malta non forniva garanzie necessarie per portare a termine in sicurezza il salvataggio dei naufraghi. Per le stesse ragioni, anche la scelta di non dirigersi in Tunisia è giustificata e comprensibile".

Come nell'inchiesta su Carola Rackete, dunque, anche in questo caso il principio guida è quello del dovere. "La condotta degli indagati non risulta antigiuridica, perché posta in essere nell'adempimento dei doveri previsti dalle fonti internazionali e sovranazionali, che impongono agli stati e ai comandanti delle imbarcazioni tutte, pubbliche e private, il salvataggio delle vite umane in mare. Che è un dovere anche degli Stati e prevale sulle norme e sui contratti bilaterali". I migranti stipati su gommoni instabili nel mezzo del Mediterraneo sono da considerarsi sempre in pericolo. Nella richiesta di archiviazione, depositata al Gip di Agrigento, si parla anche della certificazione necessaria alle navi della solidarietà per andare in mare. Ed è un altro punto a favore delle ong. "Il rimorchiatore Mare Jonio non era tenuto a dotarsi di una certificazione Sar (Search and Rescue, ndr) per le attività di salvataggio". Al momento dei fatti, ribadisce la procura, "non esisteva nell'ordinamento italiano alcuna preventiva certificazione diretta alle imbarcazioni civili. La normativa parla di navi da salvataggio, ma fa riferimento alle imbarcazioni armate per il soccorso di altre imbarcazioni e non al salvataggio di vite umane".