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di Marco Benedettelli


Avvenire, 20 ottobre 2021

 

Un laboratorio per detenuti della sezione massima sicurezza. E c'è anche chi compone rap.

Oggi al laboratorio di poesia si parla del "fanciullino", della voce che è nel profondo di ognuno e che guarda al mondo ogni volta con immaginazione sempre nuova. Quando il docente legge la pagina di Pascoli, i detenuti seduti a semicerchio ascoltano con gli occhi socchiusi. Alla domanda: "C'è ancora un bambino, dentro di voi?" si sprigionano le risposte più sincere, le parole di Pascoli si sono depositate in fondo. "Ho avuto una infanzia durissima, ma sono tornato bambino quando è nato mio figlio", racconta un detenuto dall'accento romano.

E un albanese che non avrà trent'anni: "Torno spesso, nella memoria, a quando ero piccolo, non c'erano tutti i problemi di adesso, non avevo commesso errori". E poi un signore arabo, corpulento: "Ancora riesco a stupirmi, anche in cella i miei sentimenti di improvviso si svegliano, come da bambino". I racconti sgorgano irrefrenabili. "Ho tanta voglia di parlare, mi basta una parola d'affetto per sentirmi come quando ero piccolo" confida un uomo con i capelli brizzolati. Siamo in una stanza della casa circondariale di Montacuto, frazione di Ancona, struttura detentiva con reparti ad alta sicurezza e comuni.

La luce filtra dalle finestre in alto, una guardia penitenziaria controlla da un angolo. "Ora d'aria, laboratorio di poesia per detenuti" è organizzato dai volontari dell'associazione culturale Nie Wiem. Il ciclo è parte del festival poetico "La punta della lingua". L'ora e mezzo di confronto continua, si leggono le lettere, quelle che i detenuti hanno indirizzato ai bambini delle scuole. I testi, letti ad alta voce, risuonano pieni di immagini.

Un uomo rivive quando da piccolo abitava in campagna e tanto si divertiva coi suoi amici da restare in giro fino al tramonto, dimenticandosi di dover tornare a casa. C'è poi chi legge i propri testi composti in cella, pagine che inanellano ricordi: la patria lontana, il viaggio migrante con la paura di morire in mare, il rimpianto per gli errori commessi. Anafore, rime interne. I detenuti hanno disseminato le loro prose di figure retoriche, anche involontariamente, impreziosendole di un ritmo che pone tutti in ascolto. L'incontro finisce a suon di rap: un giovane africano che i compagni chiamano "il nostro poeta" inizia a cantare pezzi da lui scritti. Ne ha un block-notes pieno, fogli e fogli di versi. "Creo sempre, in cella".

Le sue parole incalzano fluide, cariche di sogni e rimpianti e tutti ridono, scherzano, anche la guardia penitenziaria. Il ragazzo è un musicista, spiega, su You Tube ci sono un paio di sue performance in giro per le città delle Marche, canzoni dedicate a Dio e all'Africa. Il laboratorio finisce così, coi suoi sogni di riscatto. I detenuti tornano sopra, nelle celle da 23mq. Quello di Montacuto è uno dei dieci carceri più stipati di Italia, con 312 presenti per 256 posti (dati associazione Antigone). Mentre si tiene il laboratorio, in altri reparti si sono vissuti momenti drammatici. Dei detenuti hanno tentato il suicidio, ci sono stati atti di autolesionismo e una rissa, in cinque sono stati trasportati all'ospedale. Dentro le carceri marchigiane nell'ultimo semestre sono stati 88 i casi di autolesionismo e 10 i tentativi di suicidio. In un contesto così duro, verso la riabilitazione, dare voce al proprio fanciullo interiore attraverso il canto delle parole è una strada da tenere aperta.