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di Liana Milella


La Repubblica, 20 ottobre 2021

 

Raggiunto un compromesso in una riunione di maggioranza al Senato. Il ruolo di mediazione della ministra Cartabia. Sta per tramontare definitivamente la stagione delle conferenze stampa nelle procure di tutta Italia. Quelle grandi per i fatti di maggiore impatto mediatico. Quelle piccole per gli episodi comunque importanti a livello locale.

La maggioranza di governo ha raggiunto ieri un accordo. In una riunione al Senato i cui effetti si vedranno oggi nel voto che le due commissione Giustizia - di palazzo Madama e di Montecitorio - hanno in programma di buon mattino al Senato e nel pomeriggio alla Camera. Ma l'intesa è già scritta.

Non solo viene ribadita con nettezza la regola, peraltro già in Costituzione, che chi è sottoposto a indagini deve essere considerato e quindi presentato come "presunto innocente", ma ne conseguono regole drastiche sul piano dell'informazione. Anche con l'obbligo molto stringente di immediate rettifiche qualora la presunzione d'innocenza venga in qualche modo violata.

L'intesa raggiunta ieri si gioca in una sola frase che riesce a mettere d'accordo esigenze del tutto contrapposte. A partire da quelle di Enrico Costa di Azione che della direttiva sulla presunzione d'innocenza ha fatto una vera battaglia, convinto com'è che ai magistrati vada messo un bavaglio mediatico. La settimana scorsa, sia alla Camera sia al Senato, si era giunti a una contrapposizione frontale che aveva spaccato a metà la maggioranza.

Da una parte Costa, che voleva vietare e abolire del tutto le conferenze stampa e voleva altresì cancellare anche l'indicazione dei nomi dei pm titolari delle indagini, in questo seguito da tutto il centrodestra, compreso il presidente della commissione Giustizia del Senato Andrea Ostellari della Lega. Dall'altra parte Pd e M5S, il primo con una posizione che, con Walter Verini, voleva salvare il diritto all'informazione, il secondo con l'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede e l'ex sottosegretario Vittorio Ferraresi che volevano garantire comunque il diritto della magistratura di spiegare pubblicamente le ragioni di arresti importanti.

E siamo alla riunione al Senato di ieri pomeriggio, in una pausa dei lavori della commissione Giustizia, dov'è stata la responsabile Giustizia del Pd Anna Rossomando a presentare una possibile mediazione. Per evitare - come lei stessa ha spiegato - "un'inutile spaccatura della maggioranza con il rischio di far rivivere vecchie idee sul rapporto tra procure e informazione che risalgono al lontano 2008". Quando al governo c'era Berlusconi.

Anche se non emerge ufficialmente, è stata la Guardasigilli Marta Cartabia a mediare sul terreno delicato tra presunzione d'innocenza da una parte, ed effetto mediatico sulla colpevolezza dall'altro. Tenendo ben presente che il decreto legislativo esce dal suo ministero e traduce il testo della direttiva sulla presunzione d'innocenza della Ue che risale ormai al 2016. Era necessario "importarla" nella legislazione italiana? È stato Costa, a marzo, a chiederlo espressamente alla maggioranza con un ordine del giorno alla legge di delegazione europea. Che ha trovato il voto favorevole di tutti e quindi ha impegnato il governo. Il quale, ad agosto, ha inviato alle Camere il decreto legislativo. Che deve essere votato da entrambe le commissioni Giustizia.

Il risultato - che viene definito "equilibrato" da entrambe le parti - alla fine è il seguente: la via maestra per comunicare gli avvenuti arresti sarà sempre quella del comunicato stampa, di cui si assume la responsabilità il capo della procura. Tuttavia le conferenze stampa saranno possibili. Ma solo se ricorreranno "specifiche ragioni di pubblico interesse" che dovranno essere "assunte con un atto motivato". M5S accetta di rinunciare alla sua proposta - cioè "rilevanti" ragioni di pubblico interesse - e converge sulla formula "specifiche ragioni". Toccherà dunque allo stesso capo della procura mettere su carta i motivi che lo spingono a superare il solo comunicato stampa per tenere invece una conferenza stampa. Ovviamente nessuno pm - come del resto avviene già oggi - potrà parlare per suo conto dell'inchiesta che sta conducendo.

La formula "specifiche ragioni di interesse pubblico assunte con atto motivato" è stata suggerita da Rossomando. Ed è stata accettata da Costa e dal centrodestra. E anche dall'ex presidente del Senato ed ex magistrato Piero Grasso di Leu. Costa adesso la commenta così: "Un'intesa nella maggioranza sulla presunzione d'innocenza sarebbe una bella notizia. Si tratta di un principio fondamentale su cui mi batto da tempo, che troppo spesso viene dimenticato. La politica deve dimostrare maturità e lavorare insieme per un processo che si celebri nelle aule di tribunale e non sui giornali, in televisione o sul web. Troppo spesso persone innocenti e assolte vengono bollate a vita dalla gogna mediatica senza poter recuperare la propria immagine compromessa".

Ovviamente le nuove regole varranno soprattutto per la polizia giudiziaria che a questo punto non potrà più presentare pubblicamente i suoi arresti e le ragioni che li hanno motivati e non potrà neppure fare autonome conferenze stampa. Tutto sarà solo nelle mani del procuratore della Repubblica. Una stretta che non dispiace a un ex magistrato come Nello Rossi che con Repubblica ha richiamato il principio di non colpevolezza quale "cardine del nostro sistema penale come dice la Costituzione che, ormai 73 anni fa, stabiliva: "L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva".

Un testo però che vede del tutto critico il costituzionalista Gaetano Azzariti, il quale considera invece il decreto uno strumento "contro la libertà di indagare e di scrivere sui giornali". Tra le norme a favore dell'indagato ci sarà anche quella che il suo silenzio non appena viene arrestato non gli impedirà di ottenere una possibile riparazione per un'ingiusta detenzione subita. Anche questa una richiesta di Costa che è stata accolta.