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di Paolo Pezzati*


Il Fatto Quotidiano, 5 novembre 2021

 

È una crisi drammatica e assieme dimenticata, quella che da un anno esatto sta attraversando la regione etiope del Tigray. A dodici mesi dallo scoppio del conflitto infatti quasi sette milioni di persone sono allo stremo, mentre gli aiuti umanitari - ancora insufficienti in termini finanziari - faticano a raggiungere le comunità e i villaggi più colpiti.

La situazione più grave in questo momento è nelle regioni di Amhara e Afar, dove la popolazione deve affrontare l'impatto combinato della violenza e di ripetute violazioni dei diritti umani su civili inermi, della pandemia e degli sciami di locuste, che da anni infestano questa parte dell'Africa: i raccolti sono andati distrutti e migliaia di famiglie sono in condizioni disperate senza cibo, acqua pulita e medicine. Cresce inoltre il numero di persone colpite da un conflitto che non accenna a fermarsi ma anzi si sta intensificando nel nord dell'Etiopia. La conseguenza diretta è che in questo momento 400mila persone vivono in una condizione di carestia, mentre quasi due milioni di sfollati ad Amhara e Afar hanno urgente bisogno di aiuti.

L'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, già lo scorso settembre aveva denunciato "molteplici e gravi violazioni dei diritti umani commesse da tutte le parti in conflitto nel Tigray", avvertendo inoltre del rischio che il conflitto potesse estendersi all'intero Corno d'Africa.

Gli operatori di Oxfam al lavoro nel paese hanno raccolto nelle ultime settimane storie strazianti, che stanno diventando una tragica quotidianità. Famiglie strappate dalle loro case, costrette a fuggire per salvarsi la vita e a trascorrere giorni e giorni nascoste in mezzo al fango su terreni accidentati senza acqua, cibo o riparo. Migliaia di agricoltori per l'inasprirsi degli scontri sono stati costretti ad abbandonare i campi e quindi non potranno contare sui prossimi raccolti, da cui dipende la sopravvivenza di un'ampia fascia della popolazione. In questo tragico quadro, resiste la solidarietà del popolo etiope; tantissimi sfollati infatti in questo momento sono accolti nelle comunità e nei villaggi meno colpiti dalla guerra, dove si divide il poco che c'è.

Mentre la popolazione etiope con grande spirito di abnegazione cerca di resistere e rialzare la testa, quello che manca, ancora una volta, è l'impegno dei leader mondiali e dei grandi donatori. Mancano all'appello 255 milioni di dollari per far fronte ai crescenti bisogni di una popolazione allo stremo, manca un'efficace pressione sulle parti in conflitto per arrivare alla pace.

Senza essi, le organizzazioni come Oxfam al lavoro nel paese continueranno ad affrontare immani difficoltà a fronteggiare un'emergenza che, oltre che umanitaria, rischia di portare il paese sull'orlo del collasso economico. Oxfam, con i partner locali, dallo scorso novembre ha già soccorso quasi 85mila persone portando cibo, acqua pulita, servizi igienico-sanitari con l'obiettivo di raggiungerne 400mila, ma ora serve un deciso impegno da parte della comunità internazionale. Per questo ha lanciato una petizione per fare pressione sulle parti in conflitto e arrivare ad un immediato cessate il fuoco.

 

*Policy Advisor Oxfam