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di Carlo Pizzati


La Repubblica, 5 novembre 2021

 

Più volte minacciata di morte per le sue inchieste giornalistiche, la giornalista filippina adesso ha un solo obiettivo: "Combattere il virus della menzogna per difendere la democrazia con i fatti".

Caporedattrice della Cnn e fondatrice di Rappler, il sito di notizie più importante delle Filippine, a 58 anni Maria Ressa ha vinto il Nobel per la Pace assieme al collega russo Dmitry Muratov, direttore della Novaya Gazeta. Mentre di Muratov si è parlato molto in Italia, si è sentita meno la voce di questa giornalista, unica donna a ricevere l'ambito premio nel 2021 e anche primo Nobel per le Filippine, a dispetto del cognome italiano. A dieci anni Maria lasciò Manila e fu adottata nel New Jersey dal secondo marito della madre, l'italo-americano Peter Ressa, la cui famiglia è originaria di Nusco, Avellino. Tornò poi a lavorare come reporter nelle Filippine, affrontando per anni minacce di morte e di stupro, oltre a dieci cause per diffamazione e frode fiscale che lei ha sempre sostenuto fossero intimidazioni del governo Duterte per le sue inchieste su violenze e corruzione.

 

Quand'è che si capisce che il gioco è troppo pericoloso? E perché il coraggio di affrontare il potere che vuole silenziare i media spesso non è apprezzato dal pubblico come base del buon giornalismo?

"La verità è che non lo so. Temo di essere come una rana nell'acqua bollente. Ogni minaccia è come un taglietto. Se sanguini da ognuno, prima o poi morirai dissanguata. A Rappler abbiamo aumentato le misure di sicurezza, insegnando ai giornalisti come andare subito live online se qualcuno li minaccia. Per non aver paura si deve essere preparati al peggio. Facciamo esercitazioni in redazione. Se sei in una zona di guerra, dove tutti sparano, sai dove non devi andare. Ma quando invece sei qui, il problema è che non sai da che parte arriva il pericolo. Quanto alla sua seconda domanda: l'inquinamento velenoso attraverso i social media è ciò che rende accettabili gli abusi di potere agli occhi delle persone manipolate insidiosamente dagli stessi social media".

 

Lei ha chiesto a Mark Zuckerberg di prendersi la responsabilità di quanto pubblica. In che modo vuole che Facebook diventi un guardiano delle notizie?

"Dopo i disastri delle presidenziali Usa nel 2020 e le violenze a Washington del 6 gennaio 2021, Facebook attivò un'innovazione chiamata News ecosystem quality, o Neq, che nella timeline dava priorità alle notizie provenienti dalle testate giornalistiche più affidabili. Così, gli utenti videro più spesso i post di New York Times, Cnn o della National Public Radio. Poi Facebook notò che il coinvolgimento degli utenti era calato e che quindi stavano perdendo soldi. E abbassarono l'influenza del Neq. Ecco il problema fondamentale: Silicon Valley tratta bugie e fatti allo stesso modo. Per loro sono solo dati, non fa differenza. Quando, nelle varie testate giornalistiche, eravamo noi i guardiani dell'informazione, pagavamo delle conseguenze se diffondevamo bugie. Ora invece, i social media danno priorità alla diffusione di bugie avvolte nella rabbia e nell'odio. Perché fanno più traffico. Queste tecno-società americane fanno più soldi quanto più il coinvolgimento è alto: ed ecco perché le bugie si propagano con maggiore rapidità rispetto ai fatti. Cosa potrebbe fare Facebook? Riattivare il Neq nei Paesi del Sud globale. Anche voi in Italia dovreste chiederglielo".

 

E i media? Quali strategie potrebbero usare per uscire da questa situazione?

"Primo: dobbiamo raccontare di più su come la tecnologia ci manipola insidiosamente per ottenere ricavi. Secondo: i giornalisti devono costruirsi la propria tecnologia e smettere di regalare contenuti alle piattaforme tecnologiche. Terzo: bisogna creare comunità di utenti. Più lunga sarà la fase in cui le piattaforme tecnologiche americane continueranno la lucrosa manipolazione quotidiana, più difficile sarà salvare il mondo dall'abisso. Penso sia stata questa l'intenzione del comitato per il Nobel: segnalare che i leader autoritari ci hanno portato sull'orlo di un altro ciclo di fascismo e totalitarismo. Pensateci: Hitler fu eletto democraticamente, usando radio e cinema. Internet è molto più insidiosa. Dobbiamo mettere dei paracarri nella strada che abbiamo da percorrere".

 

Lei dice che un algoritmo ci sta radicalizzando. In che senso?

"I dati ci dicono che i social dividono e radicalizzano. Su Facebook riceviamo suggerimenti su come far crescere il nostro network secondo il concetto di "amici degli amici". In realtà siamo sempre più divisi dagli altri. Nelle elezioni filippine del 2016, non si dibatteva sulla veridicità o meno dei fatti. Online, si vedeva solo che se eri pro-Duterte, ti spostavi più a destra, se eri anti-Duterte ti spostavi più a sinistra. Ora la forbice si è allargata fino a fare a pezzi la sfera pubblica, ma già con l'11 settembre avevamo capito che la radicalizzazione accade su pressione degli amici. E i social lavorano prorio facendo pressione sugli individui tramite i gruppi".

 

Quant'è radicalizzato l'elettorato filippino?

"Nel 2016 Duterte vinse con il 39%. Le prossime elezioni filippine, maggio 2022, sono importanti per il mondo perché in gioco ci sarà la battaglia per i fatti. Non esistono elezioni integre senza l'integrità dei fatti. Avremo dieci candidati. Uno è Ferdinand Marcos Jr., detto Bong Bong. Dopo 35 anni che la famiglia Marcos è stata messa in fuga dal movimento Potere al Popolo, un Marcos si ricandida alla presidenza. Nel 2019, avevamo smascherato il network di disinformazione che Bong Bong aveva innescato nelle vice-presidenziali del 2015, che perse di pochissimo. Ma senza limitazioni all'uso di certa tecnologia, la manipolazione e l'infrastruttura dei Marcos per ricostruire la propria immagine, con la complicità della Cina, continueranno. Dunque le nostre elezioni saranno una battaglia per i fatti. E anche un referendum su come Duterte ha gestito la pandemia. Malissimo. Lo abbiamo visto ovunque: l'uomo forte non è il miglior manager durante una pandemia".

 

Che errori abbiamo commesso noi giornalisti nel consentire la manipolazione dei social da parte di politici come Duterte, Putin, Trump, Modi, Bolsonaro, Salvini? E come si può ricostruire il ruolo del giornalismo?

"Non siamo stati capaci di capire in anticipo quanto la tecnologia avrebbe impattato sulle strutture del potere e del governo, manipolando menti ed emozioni. Come ha detto E.O. Wilson: la crisi peggiore che affrontiamo è la convivenza delle nostre emozioni paleolitiche con istituzioni medievali e tecnologie divine. I governi avrebbero dovuto legiferare in difesa degli utenti. Ma ciò che governi e giornalisti hanno sottovalutato è il virus della menzogna: una bomba atomica è esplosa nel nostro ecosistema di informazione. Ora dobbiamo unirci ai giovani per ripararlo. Dobbiamo formare chi farà il nuovo giornalismo, per trasmettere standard ed etica, e dominare la tecnologia. Qual è la differenza tra un giornalista e un content creator, un creatore di contenuti? Il coraggio. Bisogna avere tanto coraggio per andare da qualcuno davvero potente che ti può rendere difficile la vita e chiedergli delle risposte. Non è una cosa da tutti. Ti devi addestrare per farlo. Se muore il giornalismo indipendente, muore la democrazia".