sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Paola Pisano*


Corriere della Sera, 9 novembre 2021

 

Esistono soluzioni tecnologiche efficaci ma è una questione tecnica? Purtroppo no. Quella con cui abbiamo a che fare oggi è una questione umana che riguarda tutti. Con l'inizio dell'"Internet Governance Forum" a Cosenza, si riaccende il dibattito sul mondo di Internet. Nella storia dell'umanità mai abbiamo avuto opportunità sconfinate come oggi. Internet ha reso il mondo meno sconosciuto dandoci la possibilità di immergerci in culture diverse, condividere pensieri e idee con più di 4 miliardi di persone. A detta della commissaria europea per la Concorrenza Margrethe Vestager nel suo discorso del 21 ottobre scorso presso l'Università di Humboldt, "... uno strumento incredibile, forse unico, per preservare e animare il nostro demos, rendendo le nostre società più inclusive".

In teoria. In pratica però questo non accade. La nostra democrazia online è stata negli anni congegnata da piattaforme capaci di ordinare dialoghi, immagini, espressioni e azioni secondo uno standard ben preciso. Non certo conforme ai principi di inclusività, uguaglianza, onestà o veridicità. Ma semplicemente alla potenzialità e alla capacità di essere virale. Lo standard della viralità, miccia della competizione e dei conflitti sociali in Rete, elemento essenziale per una strategia di marketing globale, è alla base del profitto digitale.

Con una aggravante. Questa massa di contenuti virali sta contaminando lo spazio delle dinamiche politiche degli Stati e delle vite private di noi cittadini. L'ultima prova, tra le più crude, perché testimoniata da documenti riservati e interni all'azienda, è dello scorso settembre. È stata diffusa da Frances Haugen, ex manager della piattaforma più onnipotente del cyberspazio, Facebook. Molte delle notizie hanno amareggiato, ma non certo stupito. Dal permesso di postare immagini e frasi che incitano alla violenza a personaggi famosi, alle analisi che evidenziano un aumento del tasso di ansia, depressione, anoressia nelle adolescenti che utilizzano Instagram. Dall'attenzione particolare verso i preadolescenti, prezioso target di utenti non ancora sfruttato, all'aumento della rabbia sulla piattaforma a causa di un cambio nell'algoritmo. Fino ad arrivare a spazi dedicati ai trafficanti di esseri umani in Medio Oriente, a gruppi armati in Etiopia contro le minoranze etniche, alle azioni del governo vietnamita contro il dissenso politico. Vendita di organi, esseri umani e pornografia.

Possono esserci delle soluzioni tecnologiche per invertire la tendenza? Certo che sì. Ne sono esempi l'age verification forte, per non permettere ai minori di 14 anni di utilizzare i social network, la limitazione dei like e del numero di condivisioni, per diminuire la diffusione della disinformazione, algoritmi che siano capaci di rappresentare equamente le opinioni includendo un bilanciamento del volume delle voci. È una questione tecnica? Purtroppo no. Quella con cui abbiamo a che fare oggi è una questione umana che riguarda tutti. La democrazia non si crea da sola, tantomeno nello spazio cibernetico. Sono certa che traslare le regole del mondo reale in quello digitale sarebbe già un grande traguardo, ma non basta. La democrazia del cyberspazio sarà difficile da plasmare se il modello di business dei social rimarrà ancorato ai soli meccanismi ormai obsoleti che sostengono un modello capitalista forte. In ogni caso anche se meglio attrezzate dei governi, non spetterà alle grandi piattaforme decidere le regole del gioco, domani. Spetta a coloro che abbiamo eletto, oggi.

 

*Ex ministro per l'Innovazione e la Digitalizzazione