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di Damiano Aliprandi


Il Dubbio, 9 novembre 2021

 

Disagi in diversi istituti: si chiedono interventi per ridurre la popolazione penitenziaria. Quest'estate, a differenza delle rivolte del 2020, le detenute delle Vallette e i reclusi di Oristano hanno intrapreso battaglie nonviolente.

Aumentano i suicidi in carcere, cresce il sovraffollamento come denunciato dal Garante nazionale e dagli ultimi dati sviscerati dall'associazione Antigone. Gli stessi sindacati di polizia penitenziaria, come la Uilpa pol. pen., chiedono un decreto carcere affinché si inseriscano misure deflattive e aumento dell'organico.

La ministra della Giustizia Marta Cartabia, indubbiamente sensibile alla questione penitenziaria e che, senza alcuna ipocrisia, non nasconde le criticità nelle quali riversano le carceri, ha messo in campo una commissione che dovrebbe elaborare delle proposte, ma la storia recente insegna che le soluzioni a lungo termine rischiano di non concretizzarsi a causa dell'instabilità politica e il populismo penale che caratterizza il nostro tempo. Da più parti, principalmente dalla popolazione penitenziaria (detenuti e detenenti) proviene un'unica parola d'ordine: "Qui e ora". Non in un futuro incerto quindi, ma adesso.

Lo "sciopero del carrello" a Oristano e alle Vallette di Torino - Nel corso di quest'anno, a differenza delle rivolte del 2020, i detenuti hanno intrapreso una battaglia nonviolenta, chiedendo che vengano messo in campo quei piccoli, ma efficaci accorgimenti, che permettano di alleggerire la popolazione penitenziaria.

Le prime ad attivarsi attraverso lo "sciopero del carrello" e altre forme di disobbedienza, sono state le ragazze della sezione Femminile del carcere delle Vallette di Torino. Lo hanno fatto con determinazione e, promettono, che non si arrenderanno nonostante il silenzio e disinteresse. Le detenute di Torino scrivono a Il Dubbio: "Visto che non ci aspettiamo regali da nessuno, né li vogliamo, continuiamo ad insistere con tutte le nostre possibilità e risorse, perché venga attivata la Libertà Anticipata e Speciale (75 giorni) a tutta la popolazione detenuta. Beneficio che si ottiene con la buona condotta".

Quello che chiedono, e quest'estate hanno trovato riscontro con i reclusi del carcere di Oristano che - grazie al coinvolgimento veicolato dall'Associazione Yairaiha Onlus - per primi hanno aderito in agosto allo sciopero del carrello partito proprio da loro, è mettere al centro dell'attenzione un solo obiettivo: riportare il carcere a uno stato di diritto.

Grazie alla grande sensibilità e attivismo della garante locale di Torino Monica Gallo, le detenute delle Vallette hanno evidenziato diverse problematiche nazionali: dal sovraffollamento, chiedendo anche una riforma della legge sui giorni di libertà anticipata affinché da 45 diventino 75 (retroattivi dal 2015), alle opportunità di studio e lavorative, ridotte anche in conseguenza del Covid. Le detenute stesse, inoltre, hanno lamentano l'assenza di mediatori culturali e la mancanza totale di un'attenzione alle questioni di genere, troppo spesso ignorate.

Servirebbe un decreto per ridurre la popolazione delle carceri - Tutte problematiche che ritornano con prepotenza al livello nazionale. Finito l'effetto pandemia che, grazie soprattutto al lavoro della magistratura di sorveglianza, il sovraffollamento era cominciato a scendere, ora si rischia di ritornare ai numeri allarmanti. Tutto questo, nonostante sia stato prorogato il decreto "ristori" per quanto riguarda il tema di licenze premio, permessi premio e detenzione domiciliare. Evidentemente non bastano, ma servirebbe un decreto ad hoc. Una terapia d'urto che disinneschi il malessere che affligge sia gli operati penitenziari che detenuti e detenute.

Dai dati di Antigone emerge che i detenuti sono 54.000 - Vale la pena esporre gli ultimi dati. Secondo Antigone, tornano ad essere oltre 54.000 i detenuti presenti nelle carceri italiane, una cifra raramente toccata dall'inizio della pandemia e che segna un dato preoccupante rispetto ad un possibile ritorno di situazioni di sovraffollamento difficilmente gestibile. Più precisamente, al 31 ottobre, le persone recluse erano 54.307 (di queste 2.283 sono donne e 17.315 gli stranieri), per un tasso di affollamento ufficiale del 106,8%, conteggiando i circa 50.000 posti a cui, tuttavia, vanno tolti i circa 3.000 conteggiati ma non disponibili.

In numeri assoluti la crescita dalla fine del mese scorso è di 377 unità, una crescita dello 0,7%, dell'1,2% negli ultimi tre mesi. Ma, sempre negli ultimi 3 mesi, questa crescita è stata del 5,5% in Umbria, del 3,8% in Emilia-Romagna e del 3,2% in Abruzzo, Calabria e Sardegna. Le regioni più affollate oggi sono il Friuli-Venezia Giulia (135,4%), la Puglia (129,5%) e la Lombardia (127%). Gli istituti più affollati sono Brescia "Canton Mombello" (197,9%), Grosseto (193,3%) e Varese (167,9%). In rialzo anche il numero di contagi di Covid-19. Al primo novembre erano 79 i detenuti positivi, 109 gli agenti penitenziari e 6 gli operatori amministrativi.

L'ultimo suicidio il 2 novembre a Bollate - Di pari passo crescono le morti per "cause naturali" e suicidi. Dall'inizio dell'anno parliamo di un totale di 111 morti, tra i quali 48 suicidi. L'ultimo suicidio è stato reso noto da Riccardo Arena, conduttore del noto programma Radio Carcere, rubrica di Radio Radicale. Parliamo di Gaetano Conti, 40 anni, che si è ucciso il 2 novembre scorso nel carcere modello di Bollate.

L'uomo, che si era da poco costituito per scontare la sua pena, si trovava, insieme a un altro detenuto, rinchiuso in una cella per effettuare la quarantena e, da quanto ha appreso Riccardo Arena, pare che si sia impiccato con un cappio rudimentale all'interno del bagno.

"Va anche precisato che siamo venuti a conoscenza di questo ennesimo suicidio, solo grazie alla lettera che ci ha inviato Angelo ristretto appunto nel carcere di Bollate", ha sottolineato il conduttore di Radio Carcere. Il 3 novembre, sempre nel carcere di Bollate è morta una detenuta di 70 anni, con fine pena 2026, per "cause naturali". Lo scorso anno furono 62, con un tasso altissimo di suicidi per persone detenute. Quest'anno, purtroppo, sembra seguire lo stesso andamento.

 

La lettera delle detenute della sezione femminile delle Vallette di Torino

 

Le detenute della sezione femminile delle Vallette di Torino a marzo scorso fecero un appello alle autorità per chiedere la reintegrazione della liberazione anticipata speciale di 75 giorni estesa a tutta la popolazione detenuta, compreso il 4bis. Ci scrivono le detenute della sezione femminile delle Vallette di Torino.

A marzo scorso fecero un appello alle autorità, sottolineando che erano ben consce dell'inattuabilità dell'indulto e amnistia a causa delle diverse visioni politiche, ma certe che l'unica strada percorribile fosse la reintegrazione della liberazione anticipata speciale di 75 giorni estesa a tutta la popolazione detenuta, compreso il 4bis. Quest'estate hanno intrapreso lo sciopero del carrello, coinvolgendo anche altri detenuti di diverse carceri, in particolar modo quello di Oristano. Ora le detenute ci scrivono, ricordando che, nonostante il silenzio, loro ci sono sempre.

Siamo le ragazze di Torino (Sez. Femminile), nonostante il silenzio intorno alle carceri, noi ci siamo sempre: detenute, ma pronte ed attive!

Ci terremo a ringraziarvi moltissimo per il vostro lavoro attento e costante sulle problematiche che, da nord a sud, isole comprese, affliggono i penitenziari. Sia per chi occupa le celle, ma anche per coloro che tentano di lavorarvi all'interno. Abbiamo letto di altri morti di suicidio o per "abbandono" delle istituzioni preposte e ne siamo sconcertate. Così come ci sconcerta il disinteresse dei più a queste tematiche.

Ma visto che non ci aspettiamo regali da nessuno, né li vogliamo, continuiamo ad insistere con tutte le nostre possibilità e risorse (Il Dubbio è una di queste) perché venga attivata la Libertà Anticipata e Speciale (75 giorni) a tutta la popolazione detenuta. Beneficio che si ottiene con la buona condotta. Con questa nostra lettera vorremmo chiedervi di far giungere la nostra solidarietà ai reclusi del carcere di Oristano, che per primi hanno aderito in agosto allo sciopero del carrello partito proprio da questa nostra sezione. Non vogliamo che restino inascoltate le nostre voci, ci vorrebbe un'iniziativa comune, non violenta e supportata da giornali e/o associazioni per far tornare l'attenzione sul "problema carcere" e che alle parole rispondano fatti, concreti e tempestivi. Questo è un problema che riguarda le persone, il continuo rimandare non è degno di uno stato civile.