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di Francesca Mannocchi


La Stampa, 21 novembre 2021

 

Tra febbraio e marzo del 2020 ventimila profughi siriani raggiunsero il fiume Evros, confine di terra tra la Turchia e la Grecia. La Turchia aveva aperto i suoi confini occidentali, organizzato decine di pullman per lo più con cittadini siriani diretti verso l'Europa. La Grecia, allarmata da una nuova ondata migratoria, adottò misure drastiche, mise in campo le truppe per respingere le persone ammassate ai confini e chiese aiuto alle istituzioni europee.

La risposta arrivò dalle più alte cariche europee, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il presidente del Parlamento David Sassoli che - raggiunti i confini della penisola ellenica per sostenere i respingimenti di massa- definirono la Grecia "scudo d'Europa". Poco importava che il principio di non respingimento (non refoulement), pilastro del diritto internazionale sulla richiesta di protezione umanitaria, non venisse rispettato. La ragione per cui, improvvisamente, ventimila siriani si ritrovarono ammassati lungo il fiume Evron era che la Turchia li stava usando come arma di ricatto verso l'Europa.

Poche settimane prima 36 soldati turchi erano stati uccisi a Idlib dove la Tuchia stava cercando di arginare l'avanzata di Assad e di Putin. Erdogan aveva chiesto supporto militare alla Nato, ma invano. Dopo giorni di richieste respinte al mittente, Erdogan decise di aprire i confini e ricordare così all'Europa che in Turchia vivono 3 milioni e mezzo di siriani e che il controllo delle frontiere aveva un prezzo diplomatico e militare. Che avesse un prezzo economico Erdogan l'aveva già capito cinque anni prima, nell'estate del 2015, quando un milione di persone aveva attraversato i Balcani. In Europa tornarono i muri, le barriere e il filo spinato, vennero costruiti tre hotspot sulle isole dell'Egeo per trattenere le persone migranti e rendere più agili i respingimenti in Turchia e si fissò un budget per arginare il flusso migratorio: sei miliardi di euro che l'Europa avrebbe versato ad Ankara.

Lo scorso luglio, quando gli accordi economici con la Turchia sono stati rinnovati e rafforzati, Catherine Woollard, direttrice del Consiglio europeo per i rifugiati ed esiliati a Bruxelles, si è detta preoccupata perché "la Turchia è ormai in grado di chiedere tutto ciò che vuole dall'Unione ed è anche in grado di agire come vuole a causa della dipendenza creata dall'accordo Ue-Turchia". Tradotto significa che è vero che i Paesi come la Turchia vanno supportati economicamente perché ospitano milioni di siriani mentre l'Europa fatica a ospitarne qualche decina di migliaia ma significa anche che continuare a elargire denaro in cambio della gestione dei flussi migratori ha reso l'Europa altamente ricattabile. La rappresentazione di questa ricattabilità è plastica, da settimane, al confine tra la Bielorussia e la Polonia.

La cronaca degli eventi è tristemente nota e anche in questo caso parte da lontano, dalle elezioni presidenziali del 2020 in Bielorussia, di cui Lukashenko si è intestato la vittoria nonostante le denunce di brogli. Dopo le proteste degli elettori, il regime di Minsk ha risposto brutalmente, con una drastica repressione del dissenso e un'ondata di arresti di attivisti e oppositori politici. I governi europei hanno rivendicato il rispetto dei diritti civili, non hanno riconosciuto il risultato elettorale imposto da Lukashenko e hanno ospitato la leader dell'opposizione al regime Svetlana Tikhanovskaya che vive in esilio.

Atti a cui si sono aggiunti diversi pacchetti di sanzioni economiche. Lukashenko ha risposto provocando. Prima dirottando un volo Ryanair dalla Grecia alla Lituania costringendolo ad atterrare a Minsk e arrestando un passeggero, Roman Protasevich, un giornalista dissidente bielorusso che viveva in esilio.

Poi usando la migrazione come arma per esercitare pressioni diplomatiche. È infatti dopo il quarto pacchetto di sanzioni - lo scorso maggio - che Lukashenko ha pianificato una rotta migratoria inedita, viaggi organizzati da agenzie che offrono pacchetti che dal Medio Oriente arrivano ai confini europei via Minsk, al prezzo di 3000 dollari tutto compreso, sia il visto sia la scorta degli uomini di Lukashenko nelle foreste. Poco importa se nel tragitto qualcuno muore di freddo. La settimana scorsa, mentre la Polonia schierava quindicimila soldati al confine con la Bielorussia, legalizzando i respingimenti e costruendo recinzioni di filo spinato, l'Unione Europea ha concordato nuove sanzioni contro Minsk, le quinte, contro "persone, compagnie aeree, agenzie di viaggio" e in generale tutti coloro che risultino coinvolti nella spinta illegale verso i confini europei.

Sono i mezzi della diplomazia europea finita nel cul de sac studiato e progettato da Lukashenko. La migrazione come fronte di una guerra ibrida, i corpi dei rifugiati usato come arma da un regime che continua a provocare l'Europa, svelando le sue contraddizioni. Sullo sfondo c'è l'intensificarsi della battaglia di Varsavia con le istituzioni dell'Ue sullo stato di diritto. La Polonia è stato infatti uno dei pochi Paesi europei a rifiutarsi di accogliere i migranti proprio durante l'emergenza migratoria sulla rotta balcanica del 2015 e da allora, sei anni fa, ha sempre rifiutato le quote di ricollocamenti per i rifugiati. Oggi, in piena crisi sul confine bielorusso, la Polonia per uscire dall'emergenza dovrebbe chiedere aiuto a Frontex, l'agenzia di frontiera Ue, ma farlo significherebbe indebolire le posizioni contro l'immigrazione del governo di Varsavia. Un vicolo cieco che Lukashenko è riuscito a costruire a misura delle fragilità dei governi europei che oggi devono decidere quali mezzi usare per gestire un flusso nuovo, non figlio di una crisi contingente ma creato a tavolino per fare pressione diplomatica e ottenere riconoscimento.

E perché no? Anche denaro. La tragedia che si sta consumando sui confini orientali dell'Europa ha sì le sue responsabilità nel cinismo di Lukashenko ma affonda le radici nel paradigma creato dall'Europa da sei anni a questa parte per arginare un fenomeno, quello migratorio, che non riesce a gestire.

Un paradigma creato sull'attenzione ossessiva alla militarizzazione dei confini, e che ha eroso nel tempo il concetto stesso di asilo e protezione umanitaria: denaro in cambio di sicurezza. Poco importa se i soldi finiscono nelle mani di regimi autoritari. Poco importa se bisogna concedere qualche spazio di manovra diplomatica a regimi trentennali come quello di Minsk. È il prezzo della nuova diplomazia, quella agita sulle vite migranti.