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di Michele Cozzi


Corriere del Mezzogiorno, 21 novembre 2021

 

I principali temi della giustizia e le considerazioni dello scrittore siciliano in un volume edito da Cacucci. Il caso giudiziario di Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace, condannato in primo grado a 13 anni e due mesi per una serie di reati riguardanti la gestione del sistema dell'accoglienza dei migranti rappresenta la vicenda che ha maggiormente scaldato gli animi della società italiana, divisa tra innocentisti, a prescindere, e rigorosi gestori della razionalità della legge. Nel dibattito, improvvisandosi frettolosi scienziati del diritto, non sono mancate voci di uomini dello spettacolo, influencer di ogni sorta che hanno espresso il proprio parere, tacciando la sentenza di tecnicismi o peggio ancora, di asimmetria rispetto al sentiment dell'opinione pubblica.

Un terreno scivoloso, contro lo stato di diritto, poiché l'accertamento della verità giudiziaria ha canali "propri" che non possono che oltrepassare la concezione della "verità" di cui ogni cittadino è portatore. La casa editrice barese Cacucci, nella collana "Biblioteca di cultura giuridica" diretta Pietro Curzio, primo presidente della Cassazione, ha pubblicato il saggio "Diritto, verità, giustizia", a cura di Luigi Cavallaro e Roberto Giovanni Conti, (entrambi consiglieri della Corte di Cassazione) che ha una ispirazione originalissima: affrontare i temi centrali della giustizia attraverso gli scritti di Leonardo Sciascia, nel centenario della nascita dello scrittore di Racalmuto. Un approccio inedito che, come scrive Curzio nella presentazione, "interpreta al meglio la filosofia della collana, collocandosi sul confine tra letteratura e diritto, un confine meno definito di quanto si creda".

Lo scopo? Scoprire e analizzare attraverso la grande letteratura di Sciascia i meandri, le luci e le ombre dei percorsi della giustizia e la "solitudine" del magistrato "costretto" a decidere della vita degli altri, districandosi in un sentiero costantemente frantumato - scrivono i curatori per "l'irruzione di fonti sovranazionali dotate di immediata capacità confermativa del nostro ordinamento e, soprattutto, di sollecitazioni dei testi normativi sempre più orientati da giudizi di valore".

L'opera di Sciascia ruota attorno "al problema della giustizia", che ingloba i valori della libertà, della dignità umana, e del contraltare, i numerosi casi di ingiustizia di cui sono piene le sue pagine. Così magistrati e docenti universitari, del calibro di Natalino Irti, Massimo Donini, Davide Galliani, Mario Serio, Giovanni Mammone, Nicolò Lipari, Gabriella Luccioli, Ernesto Lupo, Paolo Squillacioti, analizzando gli scritti più noti di Sciascia (Il giorno della civetta, Il consiglio d'Egitto, Morte dell'Inquisitore, A ciascuno il suo, Il contesto, Todo modo, La strega e il capitano, Porte aperte) si interrogano su verità, diritto e giustizia, e sull'"immane problema concernente la possibilità, il modo e la misura in cui un ordinamento giuridico può riuscire ad essere garante della verità e della giustizia".

Dal pensiero di Sciascia emergono alcuni delle tematiche di grande attualità: il tema reo-vittima, il rispetto della dignità del reo, presunta o accertata che sia, le inutili manette in tribunale, le gabbie, il diritto che dispensa giustizia e non vendetta. Il testo si avvale di un breve scritto, del 1986 di Sciascia, che sembra profetico: "Quando i giudici godono il proprio potere invece di soffrirlo, la società che a quel potere li ha delegati, inevitabilmente, è costretta a giudicarli. E siamo a questo punto".