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di Clemente Pistilli

 

La Repubblica, 21 novembre 2021

 

"Avevano in ostaggio mio figlio". La denuncia del poliziotto della penitenziaria apre nuovi scenari sulla sparatoria dello scorso 19 settembre. Ora è agli atti degli inquirenti che indagano sul regolamento di conti tra clan dietro alle sbarre della sezione di massima sicurezza.

"Avevano sequestrato mia moglie e i miei figli. Li tenevano con una pistola puntata alla testa. Sono stato costretto a farlo. Ho portato io nella sezione alta sicurezza del carcere quell'arma". Un racconto agghiacciante quello fatto da un agente della Polizia penitenziaria di Frosinone, che ha denunciato di aver consegnato lui ad Alessio Peluso la semiautomatica che il 29enne, ritenuto un esponente della camorra, ha utilizzato lo scorso 19 settembre nel capoluogo ciociaro per cercare di uccidere altri detenuti da cui era stato aggredito. Smentita così la tesi che quella Berardinelli semiautomatica sia entrata in una delle celle con un drone, come subito dopo i fatti aveva assicurato anche il Dap. Ma quanto avvenuto è un giallo, su cui sono in corso accertamenti delicati e portati avanti con grande circospezione. Una situazione talmente intricata e inquietante che circa due settimane fa è stato smantellato il reparto alta sicurezza del carcere di Frosinone, trasferendo decine di detenuti, tutti accusati di mafia o di narcotraffico, nei diversi penitenziari italiani, dalle Alpi alla Sicilia.

Il sequestro della famiglia dell'agente penitenziario - L'agente della Penitenziaria che ha denunciato il sequestro della sua famiglia e le minacce nei suoi confronti avrebbe specificato di essere stato avvicinato mentre stava entrando in carcere per prendere servizio. "Devi portare dentro questa pistola. Se non lo fai uccidiamo tua moglie e i tuoi figli. Sono in mano nostra", gli avrebbero detto. A quel punto l'uomo che lo ha fermato gli avrebbe passato il telefonino, facendogli sentire la voce dei suoi familiari, terrorizzati nella loro casa in un paese nei pressi del capoluogo ciociaro. "Avevano le armi puntate alla testa. Non potevo rifiutarmi", avrebbe precisato. L'agente avrebbe così consegnato la pistola a Peluso e gli avrebbe aperto la cella. Perché però ha presentato la denuncia solo il giorno dopo, 24 ore dopo un episodio che non ha precedenti negli ultimi 50 anni nelle carceri italiane? "Ero minacciato", avrebbe assicurato.

La guerra tra i ras dello spaccio - Le indagini sono in corso, ma proprio chi indaga continua a portare avanti la tesi del drone, con la convinzione che il tentato omicidio non sia scaturito da un litigio banale, ma da contrasti profondi esplosi per affari di grande rilevanza. Il 16 settembre 2021, tre giorni prima che Alessio Peluso, detto 'O Niro, 29 anni, ras del quartiere nord di Miano, iniziasse a sparare, lo stesso Peluso era stato vittima di un pestaggio. Un'aggressione per cui la Procura di Frosinone si prepara a chiedere il rinvio a giudizio di cinque indagati: Genny Esposito, 32 anni, di Napoli, figlio di Luigi, boss del clan Licciardi, figura emergente tra i narcos romani, nella piazza di spaccio di San Basilio, e legato a Michele Senese, l'albanese Andrea Kercanaj, 44 anni, detto Sandro, da tempo residente a Frosinone, accusato di aver messo in piedi l'organizzazione che gestisce il traffico di droga tra le case popolari del capoluogo ciociaro, Marco Corona, 35 anni, di Napoli, esponente del clan Lo Russo, Mario Avolio, 55 anni, di Napoli, e l'albanese Blerim Sulejmani, di 37 anni, accusati di lesioni personali pluriaggravate e sequestro di persona. 'O Niro voleva vendicarsi e a quanto pare con grande facilità è riuscito a chiedere all'esterno una pistola e a farsela recapitare direttamente nella sua cella nel giro di tre giorni, uscendo poi con la scusa di una doccia, sparando quattro colpi di 7.65. contro altri tre detenuti e riuscendo solo a ferire lievemente una delle vittime. Tutto per qualche insulto e un'aggressione? Gli investigatori non ci credono.

La vendetta per uno sgarro - Corona, che è stato definito pericoloso e spregiudicato persino dal capo del suo clan diventato collaboratore di giustizia, e Peluso erano molto legati quando insieme trafficavano droga in Campania. Per gli inquirenti c'è altro. C'è qualche grosso affare appunto, che ha portato a una resa dei conti feroce e a investire somme indubbiamente ingenti per mettere in piedi un'organizzazione capace persino di far arrivare una pistola in un braccio di alta sicurezza grazie a un drone. Gli investigatori continuano così a essere certi che l'arma sia stata recapitata con un drone. "Il velivolo senza pilota è stato inquadrato dalle telecamere di sorveglianza del carcere", aveva subito assicurato il provveditore delle carceri del Lazio, Carmelo Cantone, anche se nessuna telecamera avrebbe inquadrato la semiautomatica. "Conto a breve si possa dare una risposta a questa incursione di droni che mi è stato detto essere addirittura settimanale" aveva aggiunto il capo del Dap, Bernardo Petralia, inviato dalla ministra della giustizia Marta Cartabia a Frosinone all'indomani della sparatoria.

L'inchiesta dopo la nuova rivelazione - E il racconto dell'agente della polizia penitenziaria? Le indagini sono in corso per chiarire il ruolo nella vicenda dello stesso agente e potrebbero portare anche a scenari diversi. Dopo gli spari la questura è stata avvertita con una certa calma e Peluso ha avuto persino il tempo di usare un telefonino e chiamare il suo avvocato, chiedendo consigli su come comportarsi. Sono tante le domande a cui dare una risposta. Tutto in una struttura dove sono stati in passato arrestati agenti della polizia penitenziaria, si sono verificate evasioni, sono stati sequestrati telefonini e droga, sono state compiute aggressioni e appiccati incendi. Per qualche tempo in quelle celle si sarebbe persino aggirato un serial killer, Daniele Cestra, attualmente imputato davanti alla Corte d'Assise del Tribunale di Frosinone con l'accusa di aver ucciso due compagni di cella e di averne poi simulato il suicidio. Abbastanza per far chiudere un reparto alta sicurezza.