sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Maria Novella De Luca


La Repubblica, 21 novembre 2021

 

Sarà dura quest'anno celebrare il 25 novembre. Sarà dura ricordare la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, mentre all'obitorio di Modena ci sono i corpi ancora non sepolti di Elisa Mulas, dei suoi due bimbi Sami e Ismael e della loro nonna Simonetta.

Un'intera famiglia sterminata con un coltello da cucina dal compagno di Elisa e padre di Sami e Ismael. Sarà dura sentire - come ogni anno - l'annuncio di nuovi disegni di legge, di nuove strategie repressive, nell'onda spesso retorica delle giornate "dedicate", mentre a Vetralla in centinaia piangono sulla bara di Matias, 10 anni, assassinato dal padre per colpire la moglie, Mariola Rapaj, nell'affetto più sacro: un figlio.

Di fronte a tanto orrore, il sentimento più umano è lo sgomento, unito a un senso di disfatta. L'Italia ha il corpus di leggi e provvedimenti contro i maschi violenti, contro gli stalker e i maltrattanti, tra i migliori d'Europa. Eppure soltanto nell'ultima settimana abbiamo dovuto piangere la morte di quattro donne (l'ultima ieri a Reggio Emilia) e di tre bambini. Perché dunque questo 25 novembre non sia unicamente una ricorrenza in cui commuoversi e indignarsi, per poi ricominciare il giorno dopo a contare le vittime, non solo le donne, sempre di più anche i bambini, forse bisognerebbe chiedersi dove abbiamo sbagliato. Tutti e tutte. Non una di meno, non uno di meno. La violenza di genere, la sopraffazione dell'uomo sulla donna, è infatti una cattiva pianta che ha radici nella cultura diffusa, nell'educazione familiare, nell'asimmetria del lavoro e degli stipendi, sono gli occhi di un bambino maschio che vede il padre maltrattare la madre e introietterà, purtroppo, quella violenza come comportamento naturale. Patriarcato si chiama.

Ed è qui che l'Italia paga il ritardo di aver definito, ad esempio, lo stupro, un reato contro la persona e non contro la morale, soltanto 25 anni fa, nel 1996. Se quel delitto, lungo tutto il Novecento del femminismo e delle conquiste delle donne, ha continuato a essere punito come reato minore (o quasi), forse oggi non dovremo stupirci di vivere in un Paese maschilista.

Dove spesso la giustizia non crede alle donne che denunciano, dove i tribunali tolgono i figli alle madri pur in presenza di padri violenti e condannati. Con uno sforzo titanico, dovuto alla militanza incessante dei centri anti-violenza che non hanno permesso alla politica di girare la testa dall'altra parte, dal 2013 ad oggi l'Italia si è dotata di leggi sempre più efficaci e rigorose. Dalla legge antistalking al Codice Rosso. Dov'è allora l'errore? La mancanza di formazione di forze dell'ordine e magistratura? La sottovalutazione delle denunce? Sì, ma non basta. Il nodo è qui. Di fronte alla strage che abbiamo sotto gli occhi, dovremmo ammettere che la violenza di genere è uno di quei delitti dove la repressione, pur fondamentale, non porta sempre alla dissuasione. Perché la dissuasione nasce dallo sradicamento culturale della sopraffazione maschile sulle donne.

La commissione d'inchiesta del Senato ha pubblicato una importante indagine su 200 casi di femminicidio dal 2017 al 2019. Da cui emerge che il 65% delle donne maltrattate e abusate non solo non denuncia, ma non parla del proprio dramma nemmeno con le amiche. Perché pur essendo vittime si sentono colpevolizzate e giudicate. Ancora oggi. Quasi da non credere. Dunque, accanto alla repressione, è di una strategia culturale tenace e capillare che c'è bisogno, a cominciare dalle scuole d'infanzia, sulla parità e l'educazione al sentimento. Quando negli anni Novanta l'Italia capì che per sconfiggere l'Aids era necessario parlare senza tabù di sesso sicuro e di preservativi, le campagne furono battenti, quasi ossessive. Mettiamoci lo stesso impegno nello smascherare tutti quei retaggi patriarcali che armano le mani dei killer di donne e bambini.