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di Eugenio Arcidiacono


Famiglia Cristiana, 2 dicembre 2021

 

"Con le videochiamate molti detenuti hanno potuto rivedere dopo tanti anni la loro casa o conoscere per la prima volta i nipotini. È un servizio che deve restare".

Un documentario che avesse come protagonisti quattro suoi studenti universitari scelti per accompagnare un gruppo di reclusi nei reparti di massima sicurezza (quelli riservati ai crimini più gravi) del carcere romano di Rebibbia verso la laurea in Giurisprudenza.

Era questa l'idea iniziale di Paola Severino, ex ministra della Giustizia e vicepresidente della Luiss "Guido Carli". Le riprese sono iniziate a inizio 2020: studenti e detenuti hanno iniziato a scriversi per conoscersi con l'idea di incontrarsi poi in carcere. Ma l'arrivo del Covid-19 ha travolto tutto e così il progetto si è trasformato in Rebibbia Lockdown, un documentario, diretto da Fabio Cavalli, che racconta i mesi più duri della prima ondata della pandemia dalla parte di chi li ha vissuti dentro a una cella. Presentato all'ultima Mostra del cinema di Venezia, sarà prossimamente trasmesso dalla Rai, che lo ha prodotto con la Luiss.

 

Professoressa, quando è scoppiata la pandemia non ha avuto la tentazione di mollare il progetto?

"Ho detto ai miei studenti che proprio per questo motivo era necessario andare avanti, perché so bene quanto un detenuto possa sentirsi abbandonato. Perciò ho detto loro di continuare a scrivere, finché l'amministrazione penitenziaria non ha consentito a noi e soprattutto ai familiari di effettuare delle videochiamate. È stata una vera svolta. Tanti detenuti hanno potuto rivedere non solo i loro familiari, ma anche la loro casa, che magari non vedevano da trent'anni, e i loro animali domestici. Qualche nonno ha potuto vedere per la prima volta i nipotini. Questa modalità di comunicazione continua anche ora. Spero sia estesa ad altre strutture e che duri anche dopo la fine dell'emergenza sanitaria".

 

Il documentario ricostruisce, attraverso l'uso di disegni animati e di testimonianze raccolte a posteriori, i drammatici giorni delle rivolte avvenute a Rebibbia e in molte altre carceri in Italia...

"I detenuti protestavano contro la sospensione dei colloqui e per la paura di contagiarsi. Un recluso scrisse una lettera a uno studente: "Caro Giacomo, provo a farti capire lo sgomento e la rabbia qui dentro. Hai presente i galeotti incatenati ai remi delle galee romane? Quando vedevano i bagliori di un incendio a bordo, pregavano Dio che la nave affondasse prima di bruciare: per morire, meglio l'acqua del fuoco".

 

Nei giorni successivi, alcuni agenti del carcere di Santa Maria Capua a Vetere, per ritorsione contro i rivoltosi, si lasciarono andare a violenze inaudite. Che lezione trarre da tutto questo?

"Innanzitutto vorrei sottolineare il comportamento esemplare degli agenti di Rebibbia che, senza ricorrere alla violenza, sono riusciti a evitare che la situazione degenerasse e al tempo stesso a rassicurare chi non partecipava alla rivolta. Detto questo, molti agenti sono molto stressati perché, passando così tanto tempo tra le celle, finiscono con il sentirsi essi stessi dei carcerati. Per questo penso sia fondamentale portarli il più possibile fuori, organizzando per esempio degli incontri nelle scuole per realizzare quel confronto di idee che, come si vede nel nostro film, è molto fecondo".

 

Alcuni dei protagonisti del documentario sono ergastolani. Cosa pensa del dibattito sul "fine pena mai", cioè sull'ergastolo ostativo?

"La questione è molto delicata perché da un lato c'è l'idea dettata dal sentimento secondo la quale chi si è macchiato di crimini orrendi non dovrebbe essere più riammesso nella società civile, anche per il rischio che possa commetterne altri, dall'altro ci sono la ragione e la Costituzione secondo cui la pena deve avere una finalità rieducativa e quindi prevedere per ogni detenuto la possibilità di dimostrare di aver compreso i propri errori. Comunque, una recente sentenza della Corte costituzionale è intervenuta proprio su questo aspetto, dando al Parlamento un anno di tempo per trovare un punto di equilibrio".

 

Due detenuti presenti nel documentario affermano di essere vittime di errori giudiziari. Prescindendo dai loro casi, quanto è diffuso secondo lei questo fenomeno?

"Mi colpisce sempre l'elevato numero di detenuti in attesa di giudizio, una realtà tremenda che intacca il senso stesso della giustizia. D'altra parte, non cambierei mai il nostro sistema giudiziario, per quanto contorto sia, con quello statunitense dove puoi essere condannato a morte da una giuria dopo un solo grado di giudizio".

 

Da questo punto di vista, la recente riforma della giustizia approvata dal Governo va nella giusta direzione?

"Sì, perché cura molto il tema delle garanzie e potenzia il ricorso alle pene alternative".

 

Cosa la colpisce di più quando entra in un carcere?

"Il modo in cui i detenuti ti accolgono. Loro sono abituati a visite che avvengono in contesti sempre molto controllati. Io invece, anche da ministra, ho chiesto più volte di essere lasciata sola e questo li sconcerta perché non sono abituati al fatto che qualcuno possa aver fiducia in loro. Anche quando, proprio a Rebibbia, ho accompagnato Benedetto XVI in visita, ho chiesto di non avere attorno a noi agenti di Polizia penitenziaria. E il Papa fu straordinario: rispose alle loro domande con parole semplici e allo stesso tempo profonde, che donarono a quegli uomini grande conforto".