sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Alessandra Fabbretti


La Repubblica, 3 dicembre 2021

 

La denuncia dei volontari di un'organizzazione umanitaria. In viaggio lungo la frontiera dell'Unione Europea con le testimonianze "Grupa Granica" il movimento che si oppone alle risposte del governo polacco al confine bielorusso.

"Nonostante la neve e il gelo, ci sono ancora profughi nei boschi. Si nascondono per sfuggire alla polizia e trovare un passaggio per superare il confine, evitando i respingimenti. Quando l'inverno sarà finito e le limitazioni all'accesso rimosse, siamo certi che scopriremo tanti cadaveri: nessuno può sopravvivere a un freddo simile". Marysia Zlonkiewicz è una volontaria di Grupa Granica, un'alleanza di 14 Associazioni che si occupano di migranti in Polonia. Fa avanti e indietro tra Varsavia e le zone di confine da agosto. L'Agenzia Dire la intervista al confine con la Bielorussia, nei pressi di Bialowieza, dove una delegazione di quattro eurodeputate e di alcuni giornalisti ha cercato di entrare nella zona per documentare la situazione umanitaria ma anche denunciare il diniego all'accesso imposto dal governo del primo ministro Mateusz Morawiecki.

Nei villaggi i profughi bussano alle porte delle case. Sull'attuale numero di rifugiati e richiedenti asilo, Zlonkiewicz dice: "Non abbiamo dati certi, possiamo solo fare stime. Pensiamo siano alcune migliaia. Stiamo notando un calo negli arrivi, il freddo e l'aumento di esercito e polizia lungo la frontiera scoraggiano, ma gli arrivi restano comunque tanti". Secondo la volontaria, in un giorno nella regione vengono eseguiti in media dieci interventi di soccorso. Si tratta di profughi che chiedono cibo, cure, abiti asciutti perché "sono anche costretti a guadare i fiumi", sottolinea Zlonkiewicz, che con Grupa Granica agisce assieme ai residenti. "Gli abitanti dei villaggi di frontiera si sono trovati a ricevere profughi sulla porta di casa. Le leggi polacche vietano di aiutare - anche se si è perseguiti solo se si dà cibo o altro in cambio di denaro - e così all'inizio la gente era restia. Ma poi in tanti hanno deciso di non accettare compromessi e di restare fedeli ai propri valori. L'unico problema sono i bambini, che a scuola potrebbero raccontare che mamma e papà aiutano i migranti". La volontaria aggiunge: "C'è chi ha lasciato il lavoro per aiutare a tempo pieno".

Il problema del tracciamento delle famiglie. Perché le grandi organizzazioni umanitarie non sono qui? "Bisogna chiederlo a loro" risponde Zlonkiewicz. "Noi per esempio abbiamo chiesto a Croce Rossa di intervenire, soprattutto per la questione del tracciamento delle famiglie". Molte persone infatti sono date per disperse dai familiari. Questo apre il tema dei centri di detenzione: "Sono stati arrestati centinaia di profughi, anche donne o bambini, che spesso non riescono ad avvertire amici e parenti" dice l'attivista di Grupa Granica. "Il problema è che le autorità non erano pronte a così tanti migranti e anche ai detenuti e così sono stati cambiati in fretta pure i regolamenti carcerari. Se prima ad esempio erano riconosciuti quattro metri quadri a detenuto per cella, ora sono solo due. Si arriva a 25 persone per cella, con le latrine poste in un angolo, senza porta né pareti. I migranti poi sono costretti ad aspettare i pasti in fila all'aperto, non hanno accesso a internet e a colloqui con gli avvocati così non sanno quali reati vengono loro contestati e quali alternative hanno".

La rabbia per non poter chiedere asilo. Secondo Zlonkiewicz, si tratta di "continue violazioni della legge", non ultimo perché "la detenzione non dovrebbe durare più di 90 giorni ma è già successo che venisse riconfermata". Nei giorni scorsi, in un centro a Wedrzyn, che ospita 600 migranti, nell'Ovest della Polonia, c'è stata una protesta per denunciare le condizioni di vita all'interno della struttura. Alcuni migranti hanno rotto vetri e arredi per chiedere di poter fate domanda d'asilo in Germania oppure di essere rimandati nei loro Paesi di origine. Zlonkiewicz però avverte: "Molti fuggono da Paesi in guerra o in conflitto come Iraq o Siria e sanno che se torneranno, potrebbero essere rinchiusi di nuovo o, peggio, uccisi".