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di Lisa Di Giuseppe


Il Domani, 3 dicembre 2021

 

Dopo dodici anni, l'iter della legge che vieta il finanziamento delle imprese produttrici di mine antiuomo e bombe a grappolo si è concluso alla Camera. Il percorso tortuoso del testo, che nel frattempo aveva ottenuto il primo sì al Senato, rischiava di arenarsi di nuovo a causa di un appunto del governo che sollevava dubbi sul finanziamento dei nuovi oneri economici che ricadono sugli organismi che gestiranno i controlli degli intermediari finanziari. Lo stallo era poi stato risolto da un parere della Commissione bilancio che fa riferimento al fatto che gli organismi di controllo si collocano al di fuori del perimetro della finanza pubblica.

La Camera ha approvato la legge che vieta il finanziamento di aziende che producono mine antiuomo o bombe a grappolo. La proposta è stata votata all'unanimità con 383 voti a favore. Si tratta di un voto atteso da dodici anni: la legge era già arrivata al traguardo nel 2017, salvo essere poi rinviata alle camere dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per un vizio di incostituzionalità. Da allora, l'iter era ripartito dal Senato a inizio legislatura nel 2018.

I problemi in Commissione - Nell'ultimo mese la legge era a lungo rimasta bloccata in Commissione finanze per un'obiezione del governo. Il problema riguardava i controllori degli intermediari che potrebbero dare denaro alle aziende produttrici. Nella lista di chi sarà oggetto della vigilanza proposta nel testo ci sono le società di intermediazione mobiliare (le Sim), le banche italiane, le società di gestione del risparmio (Sgr), le società di investimento a capitale variabile (Sicav), gli intermediari finanziari iscritti nell'albo di cui all'articolo 106 testo unico finanziario, inclusi i confidi, le banche dei paesi membri dell'Ue, le imprese di investimento dei paesi membri dell'Ue, le banche extracomunitarie, gli agenti di cambio, nonché le fondazioni bancarie e i fondi pensione. A tenere d'occhio i flussi sospetti di questi intermediari saranno l'Unità di informazione finanziaria di Banca d'Italia, l'Istituto per la vigilanza sulle Assicurazioni (Ivass) e Commissione di Vigilanza sui fondi Pensione (Covip).

Durante la discussione in Commissione, il governo aveva chiesto di evitare l'assegnazione di questo compito agli enti individuati dal testo: i maggiori costi che questo compito avrebbe implicato non sarebbero, secondo le obiezioni del ministero dell'Economia, coperti dalla norma. Modificando gli enti preposti al controllo, si sarebbe però dovuta riscrivere tutto il testo.

Un cambiamento della legge avrebbe annullato il lavoro del Senato e richiesto un ulteriore voto a palazzo Madama. Alla fine però la Camera è riuscita a conservare il testo così com'è grazie a un parere della Commissione bilancio che ha disinnescato le osservazioni del governo: il testo spiega come i costi ricadranno sulle spalle di organismi di vigilanza fuori dal perimetro della finanza pubblica, quindi non soggetti al controllo del ministero. Il parere della Commissione è stato cruciale per sbloccare la questione, permettendo di mandare il testo in aula. A questo punto, dopo la firma di Mattarella, se i controllori individuati dalla norma dovessero riscontrare finanziamenti sospetti, sono previste per i trasgressori severe sanzioni, tra cui anche "la perdita temporanea dei requisiti di onorabilità per i rappresentanti legali degli intermediari finanziari, nonché per i revisori e i promotori finanziari".

La storia travagliata - Il voto è l'esito di una vicenda complessa. Il relatore Massimo Ungaro di Italia viva nel suo intervento in aula ha ripercorso l'iter della legge: "Depositata nel 2010; approvata dal Senato nel 2016 e dalla Camera nel 2017; poi rinviata alle Camere dal presidente della Repubblica; approvata nuovamente dal Senato nel 2019, secondo i rilievi del presidente della Repubblica, e giunta alla Camera nell'autunno 2020, un anno fa". La pandemia ha imposto un ulteriore rallentamento dei lavori e alla fine l'analisi del testo è ripresa solo poche settimane fa. La legge arriva a dieci anni dall'adesione dell'Italia alla convenzione di Oslo, che vieta la produzione di bombe a grappolo. Roma aveva già firmato nel 1997 alla Convenzione di Ottawa, passando dall'essere uno dei maggiori produttori al mondo di mine antiuomo al divieto totale. Era rimasto però, anche nella legge di ratifica dell'adesione, un vuoto per quanto riguarda il finanziamento di chi produce e vende questi due tipi di armi, oggi colmato.