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di Danilo Paolini


Avvenire, 3 dicembre 2021

 

È ripresa giovedì in commissione Giustizia alla Camera, e subito è stata aggiornata, la discussione generale sul disegno di legge delega di riforma del Consiglio superiore della magistratura. Una riforma chiave, insieme alle altre due messe in campo dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia e già approvate dal Parlamento.

Ma, senza nulla togliere alle revisioni dei processi penale e civile - alle quali è affidato l'ambizioso compito di restituire rapidità ed efficienza al nostro sistema giudiziario - si può dire che la riforma del Csm sia la 'vera' riforma della giustizia: senza una magistratura libera dai vizi del correntismo, dal protagonismo di alcuni suoi membri e dall'appannamento della sua immagine agli occhi dei cittadini, infatti, non avremo mai un sistema in grado di fornire un buon servizio, né di infondere fiducia agli investitori stranieri. Per capirne l'importanza, è il caso di ricordare che al Consiglio superiore spettano le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati.

Il Csm, dunque, va riformato. E in fretta, visto che a luglio verrà rinnovato e le sue elezioni rischiano di svolgersi con il medesimo meccanismo messo sotto accusa in seguito al cosiddetto 'caso Palamara'. Scriviamo cosiddetto perché si illuderebbe chi (molto distratto, molto ingenuo o molto ipocrita) pensasse che, radiato Luca Palamara dalla magistratura, siano finite in soffitta certe note dinamiche che hanno fin qui presidiato all'assegnazione di incarichi apicali negli uffici giudiziari, soprattutto (e ci sarà un perché) nelle più importanti Procure della Repubblica. Palamara, insomma, sarà stato pure un caso, ma non un caso isolato. Come per altro ben dimostra l'effetto domino che la sua caduta ha provocato, tra dimissioni in serie, provvedimenti disciplinari e procedimenti penali che hanno investito toghe anche di primo livello.

A due anni da quel terremoto, però, ancora niente si è mosso. E il tempo stringe. Lo ha ricordato qualche giorno fa, con la consueta puntualità, il presidente della Repubblica e dello stesso Csm, Sergio Mattarella: "Il dibattito sul sistema elettorale dei componenti del Consiglio superiore deve ormai concludersi con una riforma che sappia sradicare accordi e prassi elusive di norme che, poste a tutela della competizione elettorale, sono state talvolta utilizzate per aggirare le finalità della legge. È indispensabile, quindi, che la riforma venga al più presto realizzata, tenendo conto dell'appuntamento ineludibile del prossimo rinnovo del Consiglio superiore".

E ancora, a scanso di equivoci: "Non si può accettare il rischio di dover indire le elezioni con vecchie regole e con sistemi ritenuti da ogni parte come insostenibili". Questo intervento del capo dello Stato, pronunciato alla Scuola superiore della magistratura, ha dunque rimesso in moto l'iter del ddl delega. Ma non va dimenticato che, appunto, si tratta di una legge delega: una volta approvata in via definitiva dal Parlamento, occorrerà lasciare al governo il tempo necessario per i decreti delegati e allo stesso Csm per adeguare alle nuove norme i suoi regolamenti interni. La tabella di marcia prevede (ma forse prevedeva, a questo punto) di arrivare a gennaio con la legge delega approvata, per lasciare un discreto margine agli adempimenti delle fasi successive.

Tuttavia, la citata tabella risale a ottobre, mentre a inizio dicembre siamo ancora alla discussione generale in commissione, nel primo ramo del Parlamento chiamato a occuparsene. Mentre l'esame della legge di bilancio (anche se avrà inizio dal Senato) e poi l'elezione del nuovo presidente della Repubblica sono destinati a impegnare gran parte dei lavori parlamentari da qui a febbraio.

Non si stanca di far notare l'urgenza di procedere la guardasigilli Cartabia, che ha tra l'altro sottolineato un punto importante e forse mai illuminato così esplicitamente: la posta in gioco non è tanto l'autonomia della magistratura né la sua indipendenza dal potere politico, bensì "la garanzia dell'indipendenza del singolo giudice anche all'interno della stessa magistratura". Un elemento che dovrà essere determinante per immaginare il Csm di domani, perché non si può pensare di riparare tutti i guasti emersi soltanto cambiando la legge elettorale. Una riforma che voglia essere minimamente incisiva, per esempio, non potrà tralasciare il capitolo relativo ai procedimenti disciplinari. Luglio, per i tempi della nostra politica, è davvero dietro l'angolo. Ma il fallimento, su un tema come questo, non può essere un'opzione.