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di Giuliano Foschini e Liana Milella


La Repubblica, 16 gennaio 2022

 

"Carta canta", come diceva ormai trent'anni fa Antonio Di Pietro. E nella bocciatura, a ridosso dell'apertura dell'anno giudiziario in Cassazione, con evidente effetto delegittimante, del primo presidente Pietro Curzio e della sua presidente aggiunta Margherita Cassano, c'è una carta "che canta". Anzi, per dirla tutta, ce ne sono ben due di carte. Testimoniano che non un giudice qualunque, ma il "relatore estensore", come scrivono al Consiglio di Stato, di entrambe le sentenze, il consigliere di palazzo Spada Alberto Urso, nel 2018 aveva superato il concorso per entrare in quota Cds, a seguito di varie prove scritte e orali valutate da una commissione esaminatrice di cui faceva parte anche Angelo Spirito, cioè proprio il consigliere della Suprema corte che è uscito vincitore dalla bocciatura di Curzio e Cassano.

Mentre al Csm, in questo weekend di fuoco, la quinta commissione che decide gli incarichi direttivi, presieduta da Antonio D'Amato di Magistratura indipendente, ha già individuato la soluzione per riconfermare subito (già mercoledì) Curzio nel suo incarico, ecco che si apre un giallo a palazzo Spada, la storica e sontuosa sede del Cds. Già, proprio così. Perché il collegio - composto dal presidente Luciano Barra Caracciolo, e dai consiglieri Angela Rotondano, Stefano Fantini, Giovanni Grasso, e dal nostro estensore Alberto Urso - avrebbe dovuto sapere che la coincidenza dello stesso nome - quello di Spirito - come ricorrente contro le nomine del Csm, e quello del suo "giudice", e cioè Urso, addirittura come estensore della sentenza, avrebbe dovuto porre un problema.

Uno innanzitutto. L'astensione dalla causa di Alberto Urso. Per motivi di ovvia opportunità, e quindi di etica necessità, anche se la coincidenza non è prevista tra quelle obbligatorie. Alberto Urso, chiamato da Repubblica ieri alle 17 e 34 minuti, ha la voce angosciata e si fa subito vagamente aggressivo. "Chi le ha dato il mio numero privato? Non rilascio dichiarazioni...". Segue la brusca chiusura della comunicazione. Ben diversa la reazione di Angelo Spirito, che con l'inflessione napoletana che gli è propria e il tono da uomo di mondo, dice subito: "Io ho fatto parte di tre concorsi. Ne ho interrotto un quarto. E francamente non le saprei proprio dire chi c'era tra i candidati che ho esaminato...". C'era Urso. "Io non ne avevo la minima idea".

Ma il fatto è lì, impresso nelle carte. E se in discussione c'è la poltrona dei primi magistrati d'Italia, allora il giudizio dev'essere del tutto privo di qualsiasi ombra. E questa di Urso, estensore di una sentenza che premia un candidato che è stato il suo giudice e che lo ha fatto diventare consigliere di Stato, è più di un'ombra. Anche se a palazzo Spada c'è chi è pronto a minimizzare e a dire, sul piano formalistico, che tra le cause per cui è obbligatorio astenersi, questa non c'è.

Eppure ecco la scansione dei tempi: il 23 ottobre 2017, da palazzo Chigi, viene licenziata la commissione che valuterà i candidati per il Cds. Il presidente è Alessandro Pajno, nella veste di presidente dello stesso Cds, i componenti sono Filippo Patroni Griffi, suo successore e oggi prossimo giudice della Consulta. E ancora: il presidente di sezione Sergio Santoro, il presidente di sezione della Cassazione Angelo Spirito, il noto avvocato Guido Alpa. Il 14 dicembre 2018, il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, firma l'atto con cui Alberto Urso diventa consigliere di Stato. Con 316,25 punti, di cui 234 alla prova scritta e 50 a quella orale, nonché un 1 + 1,25 per le lingue straniere, risulta il primo seguito da Francesco Frigida e Michele Pizzi.

Esiste un conflitto d'interesse in questa vicenda? Urso avrebbe dovuto astenersi? Il presidente del collegio Luciano Barra Caracciolo avrebbe dovuto porre il problema? Non risulta che il problema sia stato posto. Con l'evidente risultato di gettare un'ombra anomala sull'intera decisione che, in un colpo solo, ha destabilizzato i vertici della Cassazione non solo alla vigilia dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, ma soprattutto rispetto a una nomina decisa al Quirinale con il plauso del capo dello Stato e del Csm Sergio Mattarella.