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di Chiara Saraceno


La Repubblica, 17 gennaio 2022

 

Con una sentenza dell'11 gennaio scorso, la Corte ha dichiarato incostituzionali le norme che subordinano la concessione del bonus bebè e dell'assegno di maternità agli stranieri extracomunitari alla condizione che siano titolari del permesso per soggiornanti Ue di lungo periodo, escludendo quindi i cittadini di Paesi terzi ammessi sia a fini lavorativi sia a fini diversi dall'attività lavorativa, ma ai quali è consentito lavorare e che sono in possesso di un permesso di soggiorno di durata superiore a sei mesi. Nella sua sentenza la Corte ha richiamato esplicitamente la pronuncia della Corte di giustizia dell'Unione europea del 2 settembre 2021, secondo la quale la normativa italiana non è compatibile né con l'articolo 34 della Carta dei diritti fondamentali dell'Ue, che prevede il diritto alle prestazioni di sicurezza sociale, né con l'articolo 12 della direttiva 2011/98/Ue, sulla parità di trattamento tra cittadini di Paesi terzi e cittadini degli Stati membri. La Corte Costituzionale ha aggiunto che le norme contestate sono anche in contrasto con gli articoli 3 e 31 della Costituzione italiana.

Va detto che la questione era già stata in parte superata dal legislatore italiano almeno per quanto riguarda il bonus bebè: l'assegno unico, che lo assorbe e entrerà in vigore a marzo, così come l'assegno ponte che è stato erogato nel secondo semestre dello scorso anno, rispettano appieno le indicazioni delle due Corti, includendo tutti i cittadini di Paesi terzi che abbiano un permesso d soggiorno di almeno sei mesi. Rimane da risolvere la questione dell'assegno di maternità (si tratta di quello riservato alle madri non coperte da altre forme di indennità e che appartengono a famiglie a basso reddito). Ma le sentenze delle due Corti hanno, a mio parere, una portata più ampia. Richiamando i principi di parità di trattamento e di diritto alle prestazioni di sicurezza sociale, stabiliscono una volta per tutte che i cittadini di Paesi terzi legalmente residenti in Italia non possono essere esclusi da nessuna prestazione sociale sulla base di requisiti di residenza aggiuntivi. Ciò ha particolare rilievo nel caso del Reddito di cittadinanza, che al momento esclude tutti i cittadini di Paesi terzi che non abbiano maturato almeno dieci anni di residenza: il doppio di quelli richiesti per il permesso di soggiorno di lungo periodo europeo, di cui è contestato il requisito dalle due sentenze.

La richiesta di abbassare questo requisito, perché costituzionalmente illegittimo e in contrasto con ogni obiettivo di prevenzione dai rischi di esclusione sociale, è stata avanzata da subito da Alleanza contro la povertà, Caritas e altre associazioni. È anche una delle dieci proposte di modifica formulate dal Comitato scientifico per la valutazione del Reddito di cittadinanza. Come le altre proposte, non è stata presa in considerazione dal governo nella parte della legge di Stabilità che riguarda il Reddito di cittadinanza, a dimostrazione che ci si riferisce alle indicazioni degli esperti solo quando fa comodo, o risponde agli equilibri politici in essere. Eppure la proposta del comitato, ispirata da quello che sembrava realismo e si è invece rivelato un eccessivo ottimismo, era molto più riduttiva di quella suggerita da queste due sentenze: dimezzare la durata di residenza richiesta, portandola a un numero di anni almeno non superiore a quelli necessari per ottenere il permesso di soggiorno europeo. Le due sentenze aprono a modifiche molto più radicali. Vista la resistenza del decisore politico, c'è da sperare che, come per le questioni oggetto della sentenza della Corte Costituzionale, vi sia qualcuno che voglia sollevare anche questa nelle sedi giudiziarie opportune. Anche se, come per il cognome materno e il suicidio assistito, poi c'è il rischio che il Parlamento eviti di legiferare in coerenza con le sentenze della Corte.