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di Giuseppe Pignatone


La Repubblica, 18 gennaio 2022

 

La scelta di "ingessare" la comunicazione intende responsabilizzare al massimo il Procuratore, ma ha anche l'obiettivo - inespresso, ma evidente - di ridurre il flusso di notizie.

La norma sulla tutela della presunzione di innocenza, in vigore dal 14 dicembre, ha un indubbio valore culturale ed etico poiché vieta alle autorità - magistrati e forze di polizia in primo luogo - di indicare pubblicamente una persona come colpevole fino a quando non sia stata pronunciata una sentenza definitiva. Alla stessa norma, però, sfuggono diversi aspetti e soprattutto le cause di quella che viene comunemente definita la "gogna del processo mediatico".

Alcuni sostenitori della nuova legge sembrano credere che il problema da risolvere sia di fatto uno solo: arginare la volontà dei Pm e di parte della stampa di indicare come colpevole l'indagato o l'imputato per dare visibilità al loro operato. Un fenomeno deteriore, certo, che talora si verifica e che va condannato; di più, va fatto ogni sforzo, come già avviene in molti uffici giudiziari, per evitare che si ripeta. Con altrettanta severità, sono da condannare eccessi, esibizioni, giudizi morali fuori luogo.

Non va tuttavia dimenticato che la scelta delle notizie da diffondere e il rilievo da dare ad ognuna ricadono nella responsabilità esclusiva degli operatori dell'informazione che agiscono in base alla loro professionalità, al loro orientamento (ideologico, politico, culturale) e agli interessi rappresentati dalla testata di appartenenza. Peraltro, è bene ribadirlo, vengono utilizzati, salvo casi rarissimi, atti non più secretati.

Appartiene alla valutazione giornalistica e non certo a pressioni dei Pm, per esempio, la scelta di dare a un dibattimento e a una sentenza visibilità molto inferiore rispetto alle prime fasi di indagine. Come sono scelti da giornalisti, direttori ed editori, i temi dei talk show e le "ricostruzioni" televisive di casi giudiziari, esempi eclatanti di "processo mediatico", cui restano estranei i magistrati. Sono poi frequenti i casi in cui a certi reati (come quelli in ambito familiare, i femminicidi) segue la diffusione di notizie più che dettagliate, senza che nessuno lamenti la violazione del principio della presunzione di innocenza.

La nuova normativa impone che Procure (e forze di polizia) possano diffondere solo comunicati ufficiali e convocare conferenze stampa, con atto motivato, "solo nei casi di particolare rilevanza pubblica dei fatti". Come già rilevato, tra gli altri, da Vladimiro Zagrebelsky, "si tratta di una norma irragionevole nella sua assolutezza e nella pretesa di limitare le forme di comunicazione; peraltro essa va oltre la necessità di tutelare la presunzione di innocenza, limitando l'informazione sui procedimenti penali indipendentemente dal fatto che venga in gioco la posizione degli indagati".

Questa scelta di "ingessare" la comunicazione intende responsabilizzare al massimo il Procuratore, ma ha anche l'obiettivo - inespresso, ma evidente - di ridurre il flusso di notizie, come se il fatto che divenga nota, anche con le modalità più corrette, l'esistenza di un'indagine non più segreta o l'adozione di un provvedimento cautelare fosse già di per sé una "gogna mediatica".

Io credo che, contrariamente a quanto finora sostenuto da alcuni, questa normativa riconosca il diritto-dovere delle Procure di informare i cittadini sugli aspetti più rilevanti della loro attività. È un riconoscimento importante. E si tratta anche di un dovere perché, come sottolineato anche da autorevoli studiosi, in democrazia vige il principio del controllo dell'opinione pubblica sull'attività delle autorità pubbliche e quindi anche della magistratura.

Il legislatore ha lasciato al Procuratore il compito di definire il limite di questo diritto-dovere, e quindi di selezionare le notizie da diffondere, mediante la specificazione delle "ragioni di pubblico interesse". Un criterio oggettivamente vago, che finisce per attribuirgli la facoltà, e addossargli il rischio, di esercitare - sia pure in buona fede - una forma di censura. Ma soprattutto una valutazione che, come già si è visto, è del tutto soggettiva e spetta agli operatori dell'informazione nell'esercizio della libertà di stampa. Con l'ulteriore effetto, certamente non voluto ma perverso, di spingere alla creazione di canali occulti, cioè fuori da ogni responsabilità e da ogni controllo, tra giornalisti, magistrati, esponenti della polizia giudiziaria.

Così, anziché affrontare i molteplici aspetti del complesso rapporto tra giustizia e informazione, la legge si concentra sulla narrazione distorta e semplificatrice della presunta volontà manipolatoria dei Pm. E trascura il fatto che nessuna riforma può sostituirsi alla responsabilità del magistrato, dell'operatore di polizia, dell'avvocato, del giornalista nel produrre un'informazione completa e rigorosamente ispirata al rispetto della funzione e dei diritti dei cittadini. Un'ultima considerazione: per quanto sobria e corretta possa essere la comunicazione di un Procuratore, quando indagini e processi investono interessi ed equilibri politici, economici, finanziari, o anche le ramificazioni della grande criminalità, sono inevitabili polemiche incandescenti e persino contrasti politico-istituzionali. Accade in tutti i Paesi del mondo, ma l'Italia porta da decenni i segni di questo genere di battaglie.