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di Liana Milella


La Repubblica, 20 gennaio 2022

 

La Guardasigilli porta al Senato, e poi alla Camera, la sua relazione sullo stato della giustizia e parla delle riforme già fatte e quella ancora da fare sul Csm. "Illustre signora Ministro, le scrivo questa lettera pubblica per chiedere il suo conforto, affranta dalla morte sul lavoro di mio figlio Roberto e dall'impossibilità di vedere celebrato il processo in tempi ragionevoli. Sono sicura che morirò prima di vederne la fine, senza poter sapere come e da chi è stato ucciso mio figlio. Le scrivo come madre, vedova e umile cittadina, per chiedere il suo conforto e, nei limiti delle sue possibilità e competenze, di approfondire la disastrosa realtà di quel tribunale. Prima di morire, vorrei poter andare sulla tomba di mio figlio Roberto per dirgli che la giustizia terrena ha fatto il suo corso".

Ecco, parte da questa lettera - giunta sulla sua scrivania l'8 marzo, quand'era insediata da pochi giorni in Via Arenula, la ministra Guardasigilli Marta Cartabia - per la sua relazione al Parlamento sullo stato della giustizia che dopo un ampio dibattito viene approvata al Senato, e passa alla Camera. Alle spalle, nel 2021, ci sono le due riforme già approvate, sui processi penali e civili, e di fronte la futura legge che cambierà il Csm e la selezione dei magistrati. Una legge quantomai attesa dopo i casi Curzio e Cassano, i due vertici della Cassazione che domani saranno riconfermati nel loro incarico dopo la bocciatura del Consiglio di Stato e alla vigilia dell'apertura dell'anno giudiziario che si terrà nel palazzaccio di piazza Cavour venerdì mattina.

"La storia di questa anziana madre è una storia paradigmatica e dà voce a tanti altri cittadini, vittime e imputati. E anche a tanti imprenditori e lavoratori" dice Cartabia davanti ai senatori. E riassume così l'obiettivo delle sue riforme: "Riportare i tempi della giustizia entro limiti di ragionevolezza. Come chiedono la Costituzione e i principi europei". A partire dalla ragionevole durata del processo. Ma è la stessa Cartabia a mettere i piedi per terra: "Gli obiettivi della riduzione dei tempi dei processi non si conseguiranno d'un tratto. Ne siamo tutti consapevoli. Abbiamo posto le basi e avviato un processo virtuoso, ma il suo completamento richiederà tempo. Sarà un processo graduale, che dovrà essere accompagnato da una costante rilevazione dell'andamento dei tempi di ciascun ufficio giudiziario in modo da poter intervenire tempestivamente per rispondere con risorse più adeguate a esigenze emergenti, per rimuovere ostacoli imprevisti e per affrontare tanti problemi che, realisticamente, non mancheranno".

La pena del processo - E Cartabia legge ancora la lettera della madre che attende giustizia per suo figlio dopo un incidente sul lavoro: "Il nostro processo non si riesce a celebrare, nonostante rientri in quelli cosiddetti a trattazione prioritaria. Il tribunale non è in grado di poter far svolgere in sicurezza i processi con più parti a causa della carenza di aule attrezzate, risorse e personale e per questa ragione in un anno e mezzo, da quando è iniziato il dibattimento, a causa di continui rinvii è stato sentito solo uno dei circa venti testimoni. Con questa cadenza il processo di primo grado durerà numerosi anni...". La Guardasigilli chiosa subito dopo: "Processi irragionevolmente lunghi rappresentano un vulnus per tutti. Per gli indagati e per gli imputati, che subiscono oltre il necessario la pena del processo. Per i condannati, che si trovano a dover eseguire una pena a distanza di tempo, quando ben possono essere - e per lo più sono - persone diverse da quelle che hanno commesso il reato. Per gli innocenti, che hanno ingiustamente subito oltre misura il peso di un processo che può aver distrutto relazioni personali e professionali". Il Pnrr impegna l'Italia a ridurre del 40% il tempo medio di durata dei procedimenti del civile e del 25% per il penale entro cinque anni. E Cartabia assicura che l'Italia è in regola rispetto ai goal richiesti dall'Europa.

Il fattore Europa - Proprio nel rispetto dei principi europei l'Italia, sul piano della giustizia, non solo ha rispettato gli impegni del Pnrr, ma ha anche approvato leggi che vanno in questa direzione, la procura europea, battezzata Eppo, che attua i principi insegnati da Giovanni Falcone, il suo motto "follow the money" del lontano 1991, come ricorda Cartabia, ma anche le nuove leggi sul riciclaggio, sulla presunzione d'innocenza, sul diritto societario, sui tabulati telefonici.

Le riforme già fatte, penale e civile - Politicamente, una premessa è d'obbligo per Marta Cartabia quando illustra le sue riforme che "sono figlie del contesto straordinario in cui sono nate: di un governo sostenuto da una maggioranza amplissima, di unità nazionale, con sensibilità al suo interno molto distanti sulla giustizia. Ma è sempre stata sorretta dalla comune responsabilità per l'interesse del Paese. E questo ha sostenuto il cammino - a tratti complesso - delle riforme, nella ricerca si un'equilibrata sintesi. E di questo ringrazio davvero tutte le forze politiche". Sono nate da qui le difficoltà e i contrasti, a luglio scorso, sul processo penale. E di certo lo stesso clima riguarderà la riforma del Csm.

Cartabia torna sulla nuova regola, l'improcedibilità dei processi che superano il tempo assegnato, che ha creato i maggiori contrasti. Che definisce così: "Un ponderato meccanismo che prevede proroghe dei termini, sospensione degli stessi, esclusione di alcuni reati e un regime transitorio che assicura una graduale entrata in vigore, in modo da consentire agli uffici giudiziari di organizzarsi adeguatamente e di avere a disposizione tutte le risorse umane, materiali e tecnologiche di cui abbiamo parlato sopra, per arrivare all'obiettivo di portare tutti i processi a sentenza definitiva, con l'accertamento delle responsabilità e il ristoro delle vittime, ma nel rispetto di tempi ragionevoli".

La riforma del Csm - Adesso tocca alla riforma del Csm, sollecitata più volte anche dal presidente della Repubblica e dello stesso Csm Sergio Mattarella. E qui Cartabia è molto netta: "Gli emendamenti intervengono sul sistema elettorale, sulla composizione e sul funzionamento del Csm, sul conferimento degli incarichi direttivi, sulle valutazioni di professionalità, sul collocamento fuori ruolo, sul concorso per l'accesso in magistratura e sul rapporto tra magistrato e cariche elettive". Cartabia assicura "la sua massima disponibilità per accelerare il corso della riforma e per sollecitarne l'esame da parte dei competenti organi del governo". Sin da prima di Natale, la ministra ha portato a Palazzo Chigi i suoi emendamenti, più volte sollecitati dalla commissione Giustizia della Camera, e l'argomento è in coda per essere trattato. Si può ipotizzare che la prossima elezione del capo dello Stato abbia rallentato la discussione. Ma la Guardasigilli ha già assolto al suo compito.

L'anno nero del carcere - "La pandemia ha fatto da detonatore di questioni irrisolte da lungo tempo" dice Cartabia sul carcere. "Questi anni sono stati durissimi. Le tensioni, le paure, le incertezze, l'isolamento che tutti abbiamo sperimentato erano e sono amplificati dentro le mura del carcere. Per tutti: per chi lavora in carcere e per chi in carcere sconta la sua pena". I fatti di Santa Maria Capua Vetere, e ancora prima le rivolte, sono nella memoria di tutti. La ricetta di Cartabia è questa: "Se vogliamo farci carico fino in fondo dei mali del carcere - in primo luogo perché non si ripetano mai più episodi di violenza, ma più ampiamente perché la pena possa davvero conseguire la sua finalità, come prevista dalla Costituzione - occorre concepire e realizzare una strategia che operi su più livelli: gli improcrastinabili investimenti sulle strutture penitenziarie, un'accelerazione delle assunzioni del personale, una più ricca offerta formativa per il personale in servizio e la diffusione dell'uso delle tecnologie, tanto per le esigenze della sicurezza, quanto per quelle del trattamento dei detenuti".

I dati parlano chiaro, il sovraffollamento, a oggi su 50.832 posti regolamentari, di cui 47.418 effettivi, i detenuti sono 54.329, con una percentuale di sovraffollamento del 114%. Commenta Cartabia: "È una condizione che esaspera i rapporti tra detenuti e rende assai più gravoso il lavoro degli operatori penitenziari, a partire da quello della polizia penitenziaria, troppo spesso vittima di aggressioni. Sovraffollamento significa maggiore difficoltà a garantire la sicurezza e significa maggiore fatica a proporre attività che consentano alla pena di favorire percorsi di recupero". La ministra segnala però un dato rilevante: "Può essere interessante sottolineare che già oggi sono più numerosi coloro che scontano la pena in vario modo fuori da un carcere: oltre 69mila a fronte di circa 54mila detenuti. Queste 69.140 persone per l'esattezza al 31 dicembre 2021 sono in carico agli uffici della esecuzione penale esterna, l'ufficio UEPE, e aggiungendo i procedimenti tuttora pendenti, diventano oltre 93mila i fascicoli in corso presso questi uffici".

Dai brigatisti, a Forti, all'Afghanistan - Cartabia chiude ricordando la decisione del governo francese di dare il via libera, dopo anni di attesa, all'iter di estradizione per sette persone condannate in via definitiva per gravissimi reati commessi negli anni di piombo, che avevano trovato rifugio Oltralpe. "La Francia per la prima volta ha accolto le richieste dell'Italia e rimosso ogni ostacolo al giusto corso della giustizia su fatti che rappresentano una ferita profonda nella storia della Repubblica e per cui i familiari sono rimasti per così tanti anni in attesa di risposte". Ma c'è anche il lavoro della stessa Cartabia per riportare in Italia dagli Usa Enrico "Chico" Forti. "Ho potuto reiterare di persona negli Usa, nella scia di quanto già fatto dal precedente governo, la richiesta di poter trasferire il nostro concittadino in Italia per l'esecuzione della pena vicino all'anziana madre a cui ho raccontato personalmente gli sviluppi della missione".

E c'è naturalmente "ogni supporto perché possa svolgersi il processo sul caso Regeni". E infine il "legame ventennale, in particolar modo con la provincia di Herat", con l'Afganistan. Dice Cartabia: "Non potevamo e non volevamo dimenticarci soprattutto di quei magistrati e avvocati che così tanto avevano collaborato con le autorità italiane. E ci siamo adoperati per far avere protezione internazionale a figure particolarmente a rischio, con l'avvento del nuovo regime.Tra queste, l'ex Procuratore generale della Provincia di Herat, Mareya Bashir: una figura di primo piano nella difesa dei diritti delle donne e nella costruzione di uno stato di diritto nella sua terra, in collaborazione con il nostro paese. A lei il Presidente della Repubblica ha conferito la cittadinanza italiana per meriti speciali".

La giustizia riparativa - Ma è con una delle questioni che le è più cara, la giustizia riparativa, che definisce "uno dei fili rossi che legano le trame delle riforma", che Cartabia chiude il suo intervento. Ricorda la Conferenza del ministri della giustizia dei paesi del Consiglio d'Europa che si è tenuta il 13 e 14 dicembre a Venezia sul nuovo paradigma della giustizia penale, complementare a quella tradizionale, "che muove dall'esigenza di coinvolgere attivamente, in percorsi guidati da mediatori professionisti, il reo e la vittima, ma anche la comunità di riferimento, con l'obiettivo fondamentale di riparare e restaurare i legami sociali lacerati dal reato, di responsabilizzare l'autore dell'offesa, ma anche quello di porre le basi per una futura e più consapevole ripresa delle relazioni nei contesti di appartenenza". La giustizia riparativa, dice Cartabia, "non è uno strumento di clemenza. Né tanto meno esprime un pensiero debole in materia penale. Al contrario: è uno strumento molto esigente che chiede al trasgressore di assumersi tutta la sua responsabilità di fronte alla vittima e di fronte alla comunità, attraverso incontri liberamente concordati, con l'aiuto di un terzo che favorisce il riconoscimento della verità dell'accaduto". E poi racconta la storia di Sarno: "Sarno, cittadina del salernitano, che ha vissuto un importante percorso di giustizia riparativa. L'incendio del bosco vicino a Sarno aveva messo in grave pericolo gli abitanti. Rabbia e paura hanno attraversato la comunità alla scoperta che all'origine del rogo c'era un gesto sconsiderato di un loro concittadino. Il colpevole ha scontato la sua pena, ma all'uscita dal carcere come tornare in quella comunità? Un percorso di mediazione ha portato l'autore del reato e la sua famiglia prima ad incontrare l'amministrazione comunale, poi l'intera collettività. Incontri in cui gli abitanti hanno raccontato il loro vissuto, ma hanno anche ascoltato le scuse, cariche di vergogna, di chi aveva provocato quel drammatico evento. Quell'uomo ha contribuito a ricostruire il bosco distrutto e con questo gesto ha impresso un nuovo corso alla sua vita, riaccolto nella sua comunità".

Il binario 21 della stazione di Milano - Cartabia può concludere la sua relazione sullo stato della giustizia in Italia: "Con la giustizia riparativa l'ordinamento si apre alla possibilità di un sistema giudiziario in grado di domare la rabbia della violenza e di ricostruire legami civici tra i cittadini. Questa è la concezione della giustizia che mi sta a cuore e che si ritrova in filigrana in tutti gli interventi di riforma". Per chiudere così: "Questa è la giustizia su cui sono stata chiamata a riflettere proprio nel luogo della massima ingiustizia che la nostra storia abbia conosciuto, quel binario 21 della stazione centrale di Milano da cui partivano i treni per Auschwitz. In una delle giornate più intense vissute da ministra, sono stata invitata dalla senatrice a vita Liliana Segre, e da lei accompagnata fino a quei vagoni da cui bambina partì, insieme al padre e a migliaia di altri ebrei, verso l'ignota destinazione del campo di concentramento. Coltivare un'idea della giustizia che sappia ricomporre i conflitti e preservare i legami personali e sociali, che sappia unire più che dividere; che tuteli i più fragili e tenda sempre all'interesse comune è quello che ho inteso perseguire in quest'anno (quasi) di servizio al ministero della Giustizia. Nella convinzione che questa è la più grande urgenza del nostro tempo e che questo è lo spirito che ci trasmette la nostra Costituzione".