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redattoresociale.it, 21 gennaio 2022


I risultati di uno studio realizzato negli istituti penitenziari di Torino, Padova e Siracusa: coinvolti oltre 300 detenuti, tra chi non lavora e chi lavora per cooperative e amministrazione penitenziaria.

Un'indagine per valutare l'impatto sociale del lavoro in carcere: l'hanno realizzato negli istituti penitenziari di Torino, Padova e Siracusa la Fondazione Compagnia di San Paolo, Fondazione Con Il Sud, Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e Fondazione Zancan, con il patrocinio del Ministero della Giustizia. Oggi, nel corso di un convegno, la presentazione dei risultati dello studio che ha tenuto conto di quattro aree specifiche (organico-funzionale, cognitivo-comportamentale, socio ambientale e relazionale, valoriale e spirituale) e coinvolto oltre 300 detenuti nei tre istituti penitenziari, circa un terzo dei quali lavoratori alle dipendenze di cooperative, un terzo lavoranti alle dipendenze dell'Amministrazione Penitenziaria (A.P.), un terzo non lavoranti. Dopo circa un anno, quasi l'80% (262) delle persone convolte ha nuovamente risposto alle domande degli osservatori.

L'età media di chi lavora alle dipendenze di cooperative dell'Amministrazione Penitenziaria è di oltre 44 anni e due terzi dei partecipanti allo studio sono nati in Italia. "I detenuti che non lavorano sono i più 'giovani di detenzione' - spiegano gli osservatori - perché anche in carcere i più giovani sono svantaggiati nell'accesso al lavoro, per scarsità di offerta".

Il benessere fisico e mentale "Fisicamente - si legge - il peso medio dei detenuti incontrati oscilla intorno agli 80 chilogrammi. Gli obesi sono tra chi non lavora il 14,4%, tra chi lavora per l'Amministrazione il 15,5%, tra chi lavora per le cooperative il 7,8%". Inoltre "i 'depressi' e gli 'scoraggiati' sono il 20% di chi lavora per cooperative, il 25% circa di chi lavora per l'A.P., il 55% di chi non lavora". Secondo gli osservatori "chi lavora per le cooperative è più propenso a pensare di 'valere almeno quanto gli altri': lo pensa l'88,9% di tutti gli intervistati, ma con una differenza di oltre 14 punti tra chi lavora per l'A.P. (82,0%) e chi lavora per le cooperative (96,1%). Inoltre chi lavora per le cooperative ha più frequentemente un atteggiamento positivo verso se stesso (95,2%), con un divario di quasi 17 punti rispetto a chi lavora per l'A.P. (78,4%)".

Desiderano più rispetto i detenuti che non lavorano (73,6%) in confronto ai lavoranti per l'Amministrazione (63,9%) e ai lavoratori per le cooperative (61,4%). Il 18,6% dichiara di pensare "a volte di essere un buono a nulla": lo pensa il 26,9% di chi non lavora, il 20,4% di chi lavora per l'Amministrazione e il 9,5% di chi lavora per le cooperative.

La pena è considerata giusta dal 30,8% dei detenuti che non lavorano, dal 39,8% dei lavoranti per l'A.P. e dal 41,2% dei lavoratori per cooperative. Differenze analoghe emergono dall'espressione "malgrado le restrizioni del carcere mi sento libero": in media, meno di un terzo (31,3%) dei detenuti incontrati si sentono liberi, ma la percentuale varia significativamente tra chi non lavora (il 15,4% si sente libero), chi lavora per l'A.P. (36,1%) e per le cooperative (40,8%).

Considerando le macro dimensioni (salute psico-fisica, autostima, capacità, valori e relazioni) gli studiosi rilevano "una condizione di staticità esistenziale". "È la condizione della vita istituzionalizzata, non solo sospensione della libertà (contenzione fisica) ma anche contenzione interiore - sottolineano. Ma su questo aspetto emerge un quadro più favorevole per quanti lavorano alle dipendenze delle cooperative. I 'vantaggi' per i lavoratori delle cooperative in termini di variazioni positive nel tempo riguardano soprattutto la sfera dell'autostima, dell'orientamento valoriale e dei legami vitali".

Importante aiutare le famiglie. Per quasi tutti i detenuti (oltre il 90%, a prescindere dalla condizione lavorativa/non lavorativa) emerge l'importanza di "amare i propri cari" e dare valore alla famiglia. È il punto di riferimento che "dà speranza". Le persone intervistate descrivono l'aiuto che riescono a dare alla propria famiglia, in particolare ai figli (per farli studiare,...) con il lavoro. Per i detenuti lavoratori, la possibilità di aiutare significa dignità che nasce dal "non pesare" sui propri cari e di essere utile alla "società".

Considerando le cooperative nei tre istituti penitenziari, il fatturato annuo medio è pari a 1 milione di euro per cooperativa. Parte della ricchezza prodotta si traduce (al netto degli sgravi fiscali e contributivi) in contribuzione fiscale a beneficio delle finanze pubbliche (compresa l'Iva, stimabile in oltre 100 mila euro all'anno per cooperativa in media). Le cooperative coinvolte impiegano, mediamente, un'altra "persona non detenuta" ogni 2 detenuti impiegati. La produzione delle cooperative sociali conta su un "indotto" per altre aziende, clienti e fornitori (in media oltre 100 clienti/fornitori per cooperativa).

Lo studio ha preso in considerazione benefici "diretti e misurabili nel breve periodo" da cui emergono indicazioni significative. La differenza si fa con la quantità e qualità del lavoro, durante la detenzione per evitare la condanna ad una "vita immobile", dove il "dopo" non viene preparato. "È una vita che non riabilita, che 'contiene la persona' con elevati tassi di sofferenza umana. I cambiamenti 'in miglioramento' riguardano soprattutto i lavoratori delle cooperative". Tra i benefici un maggiore controllo sanitario durante il lavoro. "Si vede nel differenziale, tra lavoratori per le cooperative e lavoranti per l'A.P., sul 'numero di farmaci consumati' (il valore mediano è pari a 3 per i primi e 5 per i secondi) e al 'numero di visite interne' (con valori mediani pari a 1 e a 4)".

"Complessivamente sono soddisfatto di me stesso": il 75,3% lo è, ma con una differenza di quasi 11 punti tra dipendenti dell'Amministrazione (70,1%) e dipendenti delle cooperative (81,0%). La positività dell'ascoltare gli altri ricorre maggiormente tra chi lavora per le cooperative (84,8%) rispetto a chi lavora per l'Amministrazione (75,0%) e chi non lavora (75,6%). "Sono molte le indicazioni 'operative' e nello stesso tempo 'politiche'. - commentano gli osservatori - I risultati parlano di condizioni organizzative per meglio gestire la condizione di detenzione e le sue finalità. Le organizzazioni solidaristiche e imprenditoriali che partecipano a questa sfida 'dentro' e fuori' il sistema penitenziario con il loro impegno prefigurano i vantaggi di scelte necessarie e misurabili a favore delle persone detenute, di chi gestisce la detenzione, delle famiglie, delle imprese che offrono lavoro, delle comunità di riferimento".