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di Valentina Stella

 

Il Dubbio, 23 gennaio 2022

 

Processi lunghi, edilizia a pezzi e risorse scarse. Dopo la cerimonia di ieri in Cassazione, oggi si inaugura l'anno giudiziario in tutte le Corti di Appello d'Italia. Meliadò: "Un'alleanza tra magistratura e avvocatura per salvare i diritti".

Per il presidente della Corte di Appello di Roma, il dottor Giuseppe Meliadò, "i dati danno atto della forte ripresa dell'attività giudiziaria presso tutti gli uffici del distretto e confermano come non fosse velleitaria la previsione della possibilità di riavviare, in tempi ravvicinati, le strategie di riduzione dell'arretrato perseguite dalla magistratura romana".

Certamente, prosegue Meliadò, "in presenza di dati che confermano come a tutt'oggi l'arretrato della Corte di appello di Roma costituisce quasi il 20% dell'arretrato nazionale civile e penale, trasformando il problema dei tempi del processo a Roma in una questione giudiziaria nazionale, non pare contestabile che l'aumento degli organici della corte di appello capitolina rappresenti uno dei principali snodi del cambiamento dell'organizzazione giudiziaria italiana". In questo contesto, "che non rassicura, ma non consente di guardare indietro, nell'anno che si è chiuso e proseguita nel nostro distretto l'azione comune fra la magistratura e l'avvocatura che si è rivelata decisiva per proseguire l'attività giudiziaria, garantendo la tutela dei diritti, in una situazione inedita ed eccezionale" ha aggiunto.

Ma nello specifico di quali dati parliamo? Per quanto concerne il settore civile "la Corte di Appello di Roma ha diminuito del 5% le pendenze, con un aumento delle definizioni del 18%, e soprattutto che in un solo anno è riuscita a contrarre del 18% le pendenze ultrabiennali, e che il Tribunale di Roma ha ridotto le pendenze del 3%, con un aumento delle definizioni pari al 18%, nonostante un aumento delle sopravvenienze del 10%. Il dato complessivo del distretto per il settore civile evidenzia, in sintesi un aumento delle definizioni nella misura del 9% e un abbattimento delle pendenze nella misura dell'8%.". I dati del settore penale, invece, si rilevano "più problematici ma non in controtendenza. Le pendenze presso la Corte non hanno, tuttavia, subito, un ulteriore aggravamento e sono rimaste sostanzialmente inviariate (48066 processi finali a fronte dei 48133 dell'anno scorso; ma erano ben 52482 appena tre anni fa), mentre presso i Tribunali ordinari si registra una diminuzione del 6,7% delle pendenze del dibattimento monocratico, ma un aumento del 4,7% di quelle collegiali".

Non poteva mancare un focus sull'Ufficio per il Processo: "Sta creando ampia apprensione fra i capi degli uffici, specie per i problemi logistici che induce, a fronte di una edilizia giudiziaria spesso insostenibile, e di cui Roma costituisce esempio fra i più vistosi. Ma anche fra non pochi magistrati per il cambio di mentalità che comporta. [...] Sull'Ufficio per il Processo, presso la Corte di Appello di Roma è stata operata una scelta chiara, senza attendere il Pnrr" costituendo l'Upp presso tutte le sezioni civili e penali. La conclusione non poteva non prendere in considerazione la crisi che ha investito la magistratura: "Non posso che auspicare che la magistratura possa ritrovare fiducia in sé stessa, nei suoi 'valori di sempre', orgogliosa per il contributo prezioso che ha dato in questi anni al Paese per la tutela della democrazia e della legalità, ma consapevole al tempo stesso della necessità di una profonda autocritica per le cadute etiche e comportamentali che hanno minato la credibilità e che impongono modifiche necessarie, che, senza pregiudicare l'autogoverno e il pluralismo ideale confortino e sostengano quanti hanno operato e operano - e sono la stragrande maggioranza dei magistrati - con trasparenza e indipendenza e spirito di servizio, per tutelare i diritti e promuovere l'eguaglianza, così come vuole la nostra Costituzione", ha concluso Meliadò.

Invece nel capoluogo siciliano il Presidente della Corte d'Appello di Palermo, Matteo Frasca, nel suo intervento ha sottolineato come "la lunghezza ingiustificata del processo penale, oltre a essere già una pena per gli imputati, colpevoli o innocenti che siano, una sofferenza per le parti offese, un rischio per la formazione della prova, un pregiudizio alla funzione rieducativa della pena, ha prodotto altri effetti distorsivi nel sistema, spostando il baricentro, anche mediatico, dal processo alla fase delle indagini preliminari, nelle quali si prova a recuperare la celerità che manca nel primo, così come nelle misure cautelari si tende a individuare un effetto anticipatorio della pena. E si trascura, invece, che un processo dalla durata ragionevole concorre anche a rafforzare la credibilità della fase investigativa".

A Palermo è intervenuto anche il consigliere del Csm, Nino Di Matteo: "Dovete coltivare la pretesa che il Consiglio Superiore della Magistratura funga da scudo contro quegli attacchi all'indipendenza della magistratura che vengono mossi dall'esterno e dall'interno dell'ordine giudiziario. Mi impegnerò fino all'ultimo giorno del mio mandato cercando di fare la mia parte per rendere l'attività consiliare più lineare e trasparente ed affrancarla dagli impropri condizionamenti di tipo politico o correntizio che ancora talvolta la caratterizzano" e poi una critica alla riforma sul processo penale: "Va segnalato il parere reso in tema di riforma del processo penale: la cosiddetta "riforma Cartabia". Il Consiglio ne ha anche evidenziato i numerosi e rilevanti profili di criticità sia di ordine sistematico che di possibile frizione con principi di rango costituzionale con particolare riferimento all'istituto della improcedibilità per superamento dei termini di ragionevole durata del giudizio di impugnazione".

"La ricerca del consenso a tutti i costi è e deve rimanere un atteggiamento estraneo allo svolgimento dell'attività giudiziaria, compreso ovviamente l'operato del pubblico ministero, soggetto processuale sensibile ma non condizionato dalle esigenze e dalle richieste delle parti": è stata invece questo un passaggio dell'intervento del Procuratore Generale di Milano Francesca Nanni, riferendosi a uno dei "rischi per la giurisdizione, accompagnati secondo la prevalente narrazione mediatica da generale perdita di prestigio nell'opinione pubblica conclamata".

Un altro significato estratto della relazione del magistrato è il seguente: "è scorretto e pericoloso ritenere che l'esito della attività giudiziaria sia direttamente ed esclusivamente collegato a compiti di prevenzione generale che coinvolgono anche altri elementi della formazione individuale, dalla scuola, alla famiglia. La vera prevenzione deriva non tanto dalla severità della pena, ma dalla certezza della medesima, anzi dalla percezione di certezza della punizione che i singoli possono avere". Sulla certezza della pena intervengono diversi fattori: "sicuramente la presenza di decisioni puntuali e motivate, ma anche un procedimento che conduca entro tempi ragionevoli a una decisione definitiva, un efficiente sistema di esecuzione della sanzione, una informazione corretta e non sensazionalistica", aggiunge il procuratore generale che ritiene la lunghezza dei procedimenti "una piaga del nostro tempo, anzi la negazione stessa del servizio che siamo chiamati a rendere", ha concluso Francesca Nanni.

Un altro monito è altresì giunto dal Presidente della Corte d'Appello di Milano Giuseppe Ondei: "Il nudo efficientismo senz'anima rischia di piegare i nobili orizzonti costituzionali verso un inaccettabile modello di magistrato burocrate preoccupato più della sua carriera che della tutela dei cittadini". A Firenze invece è intervenuto il vice presidente del Csm David Ermini: "Non vi siete liberati di me... tra alcuni mesi mi vedrete di nuovo in queste aule giudiziarie, con la mia borsa da lavoro e la mia toga. Spero non mi troverete cambiato.

Questi anni sono stati difficili e spesso amari; anni trascorsi non senza sofferenza, ma vissuti anche con entusiasmo e nel rispetto delle istituzioni. Non credo che mi abbiano cambiato, e spero voi ne possiate presto essere buoni testimoni". Insieme a lui ha preso la parola il Procuratore generale di Firenze, Marcello Viola, che ha auspicato che "il tempo che verrà possa consegnarci, o forse consentirci di recuperare, una figura virtuosa di magistrato, che costituisca modello per il presente e che soprattutto sia possibile offrire anche alle future generazioni".

La Ministra della Giustizia Marta Cartabia ha partecipato invece all'inaugurazione dell'anno giudiziario di Reggio Calabria: "Quella che stiamo vivendo è una fase difficile, piena di sfide, ma è anche una fase di rinnovati slanci e molteplici opportunità, in un momento in cui l'intero Paese è in fermento e progetta la sua ripresa, intorno al Piano nazionale di ripresa e resilienza. Proprio in questo contesto di emergenza, sono state avviate alcune riforme strutturali a lungo termine, 'riforme di sistema', per far fronte ai cronici problemi richiamati tante volte da tanti anni nelle cerimonie di inaugurazione dell'anno giudiziario: la durata dei processi e il fardello dell'arretrato, prima di tutto. Mali divenuti nel tempo, insieme ai gravi fatti emersi negli ultimi anni, causa di una progressiva e dannosa erosione di fiducia da parte dei cittadini, degli operatori economici e degli osservatori internazionali".

Tra le riforme di sistema quella dell'improcedibilità che è stata bocciata dalla Procuratrice generale facente funzioni di Bologna, Lucia Musti, durante il suo intervento all'inaugurazione dell'anno giudiziario: "Per quanto riguarda la peculiare situazione della Corte di appello di Bologna, con diciottomila processi penali in attesa di fissazione in appello, la nuova disciplina della improcedibilità provocherà conseguenze nefaste. Anche la cosiddetta disciplina transitoria, complicata, servirà a molto poco. Numerosissimi saranno i processi che saranno dichiarati improcedibili. Più coerente - ha detto nella sua relazione per l'anno giudiziario - sarebbe stato mettere mano a una generosa amnistia (soluzione che poco mi soddisfa) ovvero ad una seria depenalizzazione invocata, invano, sin dall'ottobre 1989, all'alba dell'entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale".

Dal capoluogo piemontese ha parlato invece il procuratore generale di Torino, Francesco Saluzzo che nel suo intervento ha espresso "preoccupazione fortissima l'idea che si possa sopprimere la facoltà di appello del pubblico ministero". Ha aggiunto: "La complessa realtà della giustizia ha bisogno di una riforma organica, sostanziale e processuale e non di singoli interventi disomogenei e di proclami. Così come è necessario procedere senza indugi alla riforma della legge elettorale del Consiglio superiore con un netto mio no al meccanismo del sorteggio, neppure se temperato".