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di Michele Farina


Corriere della Sera, 24 gennaio 2022

 

La vita per la gente dell'Ituri negli ultimi decenni è stata un'eterna fuga per la sopravvivenza. La testimonianza e il lavoro di Medici Senza Frontiere.

Le immagini e le storie che Medici Senza Frontiere manda al Corriere vengono da un luogo di cui non si parla mai. Ha un nome che sembra sardo, e una storia che gronda dolore a ogni filo d'erba. Ituri è una rigogliosa e martoriata provincia nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo. Appena sopra quella del Nord Kivu, dove l'anno scorso è stato ucciso il nostro ambasciatore Luca Attanasio. La stessa natura lussureggiante dell'Equatore, una violenza se possibile ancora più fitta e persistente. Eppure Ituri non è quasi mai sulle mappe della diplomazia e della comunicazione, da lì di rado partono immagini e appelli che diventano virali su Instagram e Twitter. Ituri è un dimenticato inferno sulla Terra, dove i contrasti etnici tra Hema (pastori) e Lendu (agricoltori), alimentati prima dai colonizzatori europei e poi dai potenti di turno che si sono succeduti nella capitale Kinshasa, fanno da sostrato a conflitti per bande che partono da una grande radice (la guerra che ha fatto oltre 5 milioni di vittime alla fine degli anni Novanta, con il coinvolgimento di diversi Paesi africani) e che sfugge a ogni logica se non a quella del controllo caotico e capillare delle risorse minerarie.

La vita per la gente dell'Ituri negli ultimi decenni è stata un'eterna fuga per la sopravvivenza: si scappa dalla propria capanna, dalla chiesa dove si è cercato inutilmente rifugio, persino dai campi di sfollati che non riescono a garantire sicurezza neppure se sorgono accanto a una base di Caschi Blu dell'Onu.

Vampate di violenza, esodi di massa, emergenze sanitarie, anelli di una catena senza fine. Da cinque anni, denuncia Msf (attiva in Congo dal 1977), sono in aumento le violenze nel territorio di Djugu, nella provincia di Ituri. Gli ultimi scontri sono stati quattro attacchi consecutivi tra il 12 e il 28 novembre 2021 che hanno colpito le zone di Tché, Drodro, Paroisse, Luko e Ivo. Milizie armate hanno attaccato anche i campi profughi. L'ultimo, quello dove hanno trovato rifugio i civili in fuga, è il campo di Rhoe da cui arrivano queste immagini. Un rifugio precario con tante persone e poche risorse. "Io e i miei figli siamo ammalati da quando siamo arrivati qui" racconta Suzanne, una contadina di 52 anni di Dhedja, costretta a scappare per la seconda volta con i suoi tre figli. Suzanne ha visto persone morire per colpi di arma da fuoco e i suoi vicini venire attaccati con i machete.

Solo negli ultimi mesi il campo di Rhoe ha contato 40.000 nuovi ingressi, che hanno portato a quasi 70.000 il totale della popolazione sfollata. Un susseguirsi di tende e prefabbricati che dalle foto aeree appare come una bianca città in mezzo a verdi colline. E' a terra che si registrano le difficoltà. L'area nel distretto sanitario di Blukwa è di non facile accesso, e le organizzazioni umanitarie hanno una presenza ridotta a causa dei ricorrenti problemi di sicurezza. Chi cerca di recuperare cibo o legna fuori dal campo viene spesso attaccato a colpi di machete.

"Le persone hanno dovuto affrontare molte traversie: il freddo, la mancanza di ripari e latrine. Gli scontri tra gruppi armati hanno portato a sfollamenti di massa, anche gli operatori sanitari sono stati costretti a fuggire afferma il dott. Benjamin Safari di MSF che era operativo a Drodro. "I bisogni sanitari sono enormi. Abbiamo avviato diverse attività per rafforzare la nostra risposta, in particolare per i minori sotto i 15 anni".

In origine, nel campo di Rhoe era stata allestita una semplice clinica, che trasferiva all'ospedale più attrezzato nella città di Drodro i pazienti bisognosi di cure intensive. Ma a seguito degli ultimi scontri, che hanno distrutto una parte del villaggio di Drodro e costretto le persone a rifugiarsi nel campo di Rhoe, le équipe di Msf hanno trasformato la clinica in un ospedale da campo. Nelle scorse settimane, i team di Msf hanno effettuato oltre 800 consultazioni a settimana, assistito 35 parti e offerto supporto psicologico a decine di pazienti. Team di promozione della salute hanno condotto attività di sensibilizzazione con l'obiettivo di rilevare casi di malnutrizione acuta, malattie con potenziale epidemico e fornire informazioni sui servizi per le vittime di violenza sessuale.

"Anche se c'è qualcuno che sta iniziando a tornare a casa, per via della fragile calma delle ultime settimane, i bisogni rimangono elevati e il nostro accesso alle persone è limitato" afferma Davide Occhipinti, capo progetto di Msf a Drodro. "Non saremo in grado di seguire queste persone a Drodro a causa delle condizioni di sicurezza. E chi resta a Rhoe non ha un posto stabile dove vivere. Le comunità sono trascurate da troppo tempo e non risolveremo i loro problemi con bende e medicinali. Il governo congolese e i suoi partner internazionali devono assumersi la responsabilità di invertire questo circolo vizioso che porta a un numero sempre maggiore di morti, feriti e sfollati" conclude Occhipinti di MsF.

I disperati dell'Ituri sono sfiniti. Il campo di Rhoe, a circa 50 chilometri dal capoluogo Bunia, oggi ha lo stesso numero di abitanti di una città come L'Aquila o Pavia (con 35 mila minori e un bagno-latrina ogni 1.300 persone). Un paio di anni fa all'ospedale di Bunia, un ragazzo chiamato Batsi Lokana aveva rilasciato una testimonianza all'Economist. Prima di perdere conoscenza per le ferite, Batsi aveva visto gli assalitori "tagliare a fette" la testa di sua madre. "Quando mi sono svegliato, il suo corpo non c'era più. O l'hanno mangiata, o l'hanno gettata nel fiume". Alcune bande armate dell'Ituri sono dedite al "cannibalismo rituale". Il gruppo principale, che un paio di anni fa si è diviso in diverse fazioni, si chiama come un consorzio agrario: Codeco, Cooperativa per lo sviluppo economico del Congo. Era nato con altre intenzioni nel 1977. Oggi il suo nome suona come una beffa atroce. Il nome di una grande cooperativa di morte.