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di Alberto Simoni


La Stampa, 24 gennaio 2022

 

Viaggio fra le migliaia di disperati che cercano di entrare negli Stati Uniti. Il loro sogno si infrange nei campi profughi lungo il muro pattugliato da vigilantes in armi. La traversata dell'America centrale di Gualter si infrange al punto di frontiera di Nogales dove l'Arizona si mescola con il Messico. Qui migliaia di uomini, donne e bambini smarriscono le chiavi del proprio destino firmando la richiesta d'asilo per gli States. Un pezzo di carta stropicciato è la preziosa ricevuta. La domanda resta congelata in attesa che a Washington si trovi un modus per gestire la pressione ai confini meridionali dell'America.

Gualter, 38 anni, ha impiegato quattro mesi per raggiungere Nogales. È partito dall'Honduras con la moglie 29enne e tre bambini, 9, 7 e 4 anni. "Abbiamo camminato, preso bus, auto, ci siamo accomodati alla meglio su cassoni di pick up, percorso sentieri con i bimbi in braccio o sulle spalle". Tutto per poi trovarsi nel limbo di Nogales. Ospiti dell'Albergue San Juan Bosco, un rifugio-ostello messo in piedi oltre 40 anni fa da Gilda con la sua famiglia che si regge sulla generosità delle donazioni e sul lavoro senza sosta dei volontari. Un grande cartello "Bienvenidos" è il biglietto da visita; dentro ci sono camere con letti a castello, un piccolo refettorio e una cappella con una gigantografia del Santo e al momento 49 ospiti. "Non abbiamo mai rifiutato nessuno", dice Gilda.

Gli Stati Uniti stanno a una manciata di chilometri, 30 minuti a piedi, nulla in confronto alle migliaia di passi fatti per arrivare alla porta del sogno. Gualter lo racconta così il viaggio della speranza: "Ci spostavamo di villaggio in villaggio, trovavo un lavoro e mettevo insieme qualche spiccio che serviva per la tratta successiva". Il puntino sulla cartina geografica che una sera ha indicato ai bimbi, "andremo a vivere lì", è nel Mississippi: ci sono delle conoscenze, qualche aggancio. Ma la sbarra che divide le bodeguitas di tortillas a Placa Pesqueirra e il McDonald's che troneggia da una collinetta al di là del confine, resta abbassata.

Fabrizio Ordoñez non conosce Gualter, ma il suo destino potrebbe non essere diverso da quello del connazionale fermo a Nogales. Ordoñez fa parte di 300 honduregni partiti il 13 gennaio nella prima carovana dei migranti del 2022. "Fuggiamo da crisi economica e sicurezza", dice con un sms a un volontario. Gli appelli di Biden ("Non venite") scorrono via inascoltati.

La marcia dall'America centrale e dal Sud America verso quella del Nord non conosce pause, fra carovane e viaggi della disperazione di famiglie e gruppuscoli vari. "Sono soprattutto honduregni, guatemaltechi e salvadoregni quelli che si spingono verso gli Stati Uniti", spiega Silvia Dallatomasina, responsabile delle operazioni di Msf in Messico e America centrale. Ma stanno aumentando - aggiunge - haitiani, venezuelani e cubani. "Afghani, pachistani e africani invece sbarcano in Cile o in Brasile dove le regole di ingresso sono più leggere e da lì poi provano la traversata verso Nord", dice la dottoressa. Per tutti l'approdo è lo stesso: sia deportazione, arresto, o lunga attesa nei campi di accoglienza, ormai sovraffollati lungo gli oltre tremila chilometri di confine, il sogno americano è una sbarra abbassata o un muro invalicabile o una traversata nel deserto che finisce fra le grinfie delle Guardie di frontiera statunitense o nelle mani di pattuglie di vigilantes armati messisi in proprio per "proteggere i confini".

Nell'anno fra settembre 2020 e 2021 ben 1,72 milioni di migranti sono stati intercettati dalle Guardie di frontiera statunitensi e 1,4 milioni sono stati espulsi immediatamente nei loro Paesi. I voli di rimpatri verso 19 Paesi sono aumentati rispetto al 2020 del 5%.

Approfittando della pandemia, infatti, Donald Trump nel marzo del 2020 ha invocato il Titolo 42, un provvedimento che ha consentito, per motivi di salute pubblica, di snellire le deportazioni e le espulsioni: chi chiede asilo lo deve fare stando al di là del confine. Come Gualter. Biden non è riuscito a scostarsi da questo approccio, noto come "Remain in Mexico Protocol" cui ha chiesto nuovamente alla Corte suprema di esprimersi sulla legittimità. La sinistra del suo partito lo attacca per non aver affrontato di petto la situazione e aver seguito l'onda trumpiana sulla questione. Non basta per i liberal lo stop alla costruzione del muro lungo il confine decisa subito dopo l'insediamento. Attorno alla barriera si gioca anche la battaglia politica, almeno in Arizona, in vista delle Midterm elections. La candidata alla carica di governatore, Kari Lake, star della Fox News di Phoenix votatasi alla causa trumpiana, ha promesso che, se eletta, "finirà subito il bel muro di Trump".

Il piastrellista 29enne Orlando viene dallo Stato di Michoacan ed è nel limbo di Nogales da 6 mesi. Fugge dalle minacce di morte dei narcos. Ma anche il suo nome e quello della famiglia sono solo uno scarabocchio anonimo su una richiesta d'asilo. La tentazione di fare il salto nel buio, sfidare le guardie di frontiera, provare a balzare nel recinto statunitense da illegale ogni tanto lo inziga. Conosce qualcuno che l'ha fatto, tutti qui a Nogales conoscono qualcuno che ci ha provato. Tutti conoscono anche qualcuno che è morto al di là della barriera. Gilda racconta la storia di una coppia e della traversata nel deserto dell'Arizona. "Uno mi ha telefonato un giorno, ha detto che era a Houston. Solo". Ma l'epilogo più drammatico non è un disincentivo scorrendo l'elenco di arresti, fermi e deportazioni. In novembre i "fermi" al confine sono stati 166 mila. Nella sola Yuma, Ovest dell'Arizona, sono state bloccate fra settembre e novembre 65 mila persone.

Se Nogales è frastuono, negozi, schiamazzi, traffico, fervida confusione, a Sasabe, il più piccolo punto di frontiera dell'Arizona, nascosto ai grandi flussi ma non ai drammi, invece regna il silenzio. La barriera di sicurezza è alta 9 metri, i pannelli conficcati nel deserto formano un serpentone senza epilogo, si arrampicano sulle montagne seguendone il profilo e spariscono alla vista. La zona è elettrificata ma solo poche luci funzionano di sera dando all'area un aspetto spettrale. Giorno e notte le pattuglie delle Guardie di frontiera sfrecciano con pick up e furgoni lungo la lingua di asfalto. Il centro di detenzione è a poche centinaia di metri dal confine. Prima di Natale un gruppo di 116 migranti è stato preso e portato qui. Fra loro c'erano tantissimi bambini, il più piccolo aveva appena nove anni. Poche ore dopo erano oltre confine.

Dinanzi al piccolo spaccio del paesino di 54 anime che ha una pompa di benzina, un bar che apre solo il sabato pomeriggio, una chiesetta e una scuola elementare, quattro uomini indossano una mimetica senza mostrine, distintivi, riferimenti a qualcosa di istituzionale. Fanno rifornimento alla pompa di benzina ai due pick up senza scritte, poi si allontanano fra le strade polverose del deserto nella riserva naturale Buenos Aires che costeggia il muro schivando ogni richiesta di spiegazione su cosa stiano facendo. "Just lunch", solo un pranzo è la laconica risposta.

Il 20 dicembre però il Southern Poverty Law Center ha diffuso un report in cui denunciava le operazioni di pattugliamento e di violenze contro i migranti da parte di vigilantes privati, organizzati in milizie. Battono il deserto palmo a palmo in cerca di gruppi di migranti capaci di sgattaiolare fra qualche crepa dal Messico, li fermano e li consegnano agli agenti dello Us Customs and Border Protection. Spesso li attirano verso falsi punti di ristoro fra Sasabe e il primo villaggio Arivaca e li braccano. Le operazioni delle milizie non sono una novità ma nel 2020 hanno ripreso nuovo slancio sull'onda delle teorie cospirazioniste di QAnon e "l'invasione degli stranieri".

A Sasabe scende il buio, da qualche parte gli uomini in mimetica danno la caccia ai migranti. A Nogales, intanto, Gualter si appresta ad accompagnare i bambini alla mensa. S'incunea fra le spalle, alza gli occhi e incrocia le dita. "Spero di entrare presto negli Estados Unidos. Con tutta la famiglia", dice. Sul viso è dipinto il sorriso amarissimo di chi sa che il destino non è nelle sue mani.