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di Massimo Recalcati


La Repubblica, 24 gennaio 2022

 

Ecco l'urgenza più grande: non sottrarsi all'appello dei ragazzi, saper rispondere al loro grido. Non lasciarli da soli e credere nelle loro risorse. Le vecchie generazioni devono dismettere gli abiti del paternalismo e del giudizio moralistico per imparare dalla forza inesausta della primavera.

Esisterà una generazione Covid? I danni procurati dall'epidemia saranno paragonabili a quelli di un trauma? I nostri figli saranno destinati a essere le vittime delle brutali ferite aperte dalla pandemia? La compressione inevitabile della libertà che abbiamo dovuto subire in questo tempo prolungato di emergenza sanitaria è stata per loro indubbiamente più oppressiva che non per gli adulti. Tutto questo lascerà inevitabili strascichi psicopatologici?

Ho già espresso in più occasioni pubbliche il mio giudizio: non ci sarà nessuna generazione Covid a meno che gli adulti non favoriscano questa tetra identificazione. Ma questo non significa affatto negare che il mondo dei giovani stia vivendo un momento estremamente difficile. Lo sanno bene coloro che come me si occupano direttamente della loro cura. Abbiamo visto e vediamo crescere il loro disagio e accentuare le sue manifestazioni più radicali: autolesionismo, somatizzazioni, ritiro sociale, dipendenze patologiche, panico e depressioni. Abbiamo visto e vediamo crescere anche il loro smarrimento e la rabbia, insieme all'angoscia e all'impotenza.

Questo disagio diffuso deve essere intercettato e accolto. Non solo dagli psicoterapeuti, ma anche dalle istituzioni. Penso soprattutto alle famiglie e alla Scuola. Quale posizione tenere di fronte a questo malessere? In ogni sintomo adolescenziale è importante leggere un messaggio in cerca di destinatario. È quello che spesso accade anche nei passaggi all'atto autolesivi, nella rabbia che scatena la violenza, nell'uso smodato di sostanze o nei disturbi dell'apprendimento. Tutti questi sintomi di disagio sono come grida, invocazioni, messaggi, appunto, in cerca di un destinatario in grado di riceverli e di decifrarli.

È questo un compito che spetta alle vecchie generazioni: bisogna provare a costituirsi come destinatari. Significa innanzitutto assumere la responsabilità di rispondere. I genitori sanno per primi quanto sia difficile. Ma anche gli insegnanti e gli educatori sono investiti dal dramma di questo appello tanto silenzioso quanto pressante.

Ecco l'urgenza più grande alla quale questo tempo traumatico ci confronta: dare segno di ricevuta, non sottrarsi a questo appello, saper rispondere al loro grido. Significa in primo luogo non lasciare i nostri figli da soli. Nelle famiglie ma anche nella Scuola. Si tratta di ricostruire la fiducia nella relazione laddove la fiducia è stata brutalmente incrinata dalla violenza della pandemia che ci ha obbligati a interrompere le relazioni. È una emergenza psichica: gli obiettivi "didattici" della formazione devono essere subordinati alla cura particolare della relazione.

Perché la relazione non è solo l'involucro esteriore della didattica, ma il suo stesso fondamento. Avere cura della relazione non significa affatto attribuire a questa generazione un destino fatalmente contrassegnato dai vissuti traumatizzanti della pandemia. Tutto il contrario: avere cura della relazione significa provare a fare diventare l'esperienza sconvolgente del Covid un'esperienza altamente formativa. È un passaggio di discorso necessario. Lo dobbiamo ricordare innanzitutto a noi stessi: l'ostacolo che diventa prova è il nucleo di ogni percorso di formazione.

È quello che deve accadere anche oggi. Ma perché questo avvenga gli adulti devono avere anche fiducia nelle risorse inestimabili dei lori figli. Non a caso sono stati proprio loro a lasciare agli intellettuali angosciati dal vaccino e ai giornalisti televisivi che si improvvisano virologi le elucubrazioni No Vax, mostrando di avere inteso molto meglio delle vecchie generazioni il significato profondo della vaccinazione di massa come strumento fondamentale per rendere possibile, nei tempi più brevi, un ritorno collettivo alla libertà. Nessun vissuto complottista, nessun sospetto paranoide, nessuna farneticazione dietrologica, nessuna incertezza.

La spinta alla vita di tornare alla vita si è rivelata nelle nuove generazioni assai più forte della nostra paura. È qualcosa che le vecchie generazioni dovrebbero sempre imparare dalle nuove: dismettere gli abiti del paternalismo e del giudizio moralistico per imparare dalla forza inesausta della primavera.