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di Luigi Labruna


La Repubblica, 24 gennaio 2022

 

Motivata da lodevole pietas, la ministra Cartabia ha riferito martedì al Senato sulla giustizia iniziando con il leggere una lettera di un'anziana madre di un autista di Napoli morto sul lavoro cinque anni fa, disperata per la "impossibilità di veder celebrato in tempi ragionevoli" il processo, continuamente rinviato, e "sicura di morire prima di vederne la fine e sapere come e da chi è stato ucciso il figlio e fare a tempo ad andare sulla sua tomba per dirgli che la giustizia terrena ha fatto il suo corso".

Ne scrivo qui non solo per solidarietà con la povera madre, ma anche per ricordare a quanti si arrabattano per mandare un inquilino degno al Colle, che fra le tante gatte da pelare che aspettano i responsabili del nuovo assetto istituzionale con l'elezione del Capo dello Stato - anche presidente del Csm - una delle più brutte è la giustizia.

Che incide quotidianamente sulla vita degli uomini ed è divenuta ormai - e, peggio, è percepita dai più - come una sciagura, dalla quale rifuggire per non rimanere invischiati per decenni (vittime, innocenti o colpevoli che si sia) in una ragnatela surreale di guai e anomalie, dalla quale è difficile districarsi anche quando queste ultime riguardano non i singoli ma le istituzioni giudiziarie.

Com'è stato nel caso della "decapitazione" della Cassazione da parte del Consiglio di Stato che, alla vigilia dell'inaugurazione dell'anno giudiziario 2022, ha dichiarato illegittime le nomine del primo presidente Curzio e dell'aggiunta Cassano decise nel 2020 dal Csm. Ora, ha ragione il mio amico Verde nel sottolineare la natura tecnico-giuridica di quel terremoto, ma ai cittadini esso è apparso, e non poteva non apparire, come un ulteriore episodio della guerra tra le correnti dei magistrati, nel Csm, in Anm, nelle Procure, nei tribunali amministrativi e ovunque, per le nomine, le promozioni, i trasferimenti dei propri affiliati sostenuti da varie fazioni politiche.

E tale sensazione non è stata attutita (anzi!) dalla fulmineità stra-eccezionale della "rinomina", con riscritte motivazioni, da parte del Csm dei due presidenti defenestrati. Il 21 l'inaugurazione dell'anno giudiziario al Palazzaccio si è potuta tenere e la Cartabia ha potuto ancora una volta dire: "La riforma del Csm è "davvero" ineludibile!". Ma non è stato un "bel principio", né un "lieto fine".