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di Alessandro Barbano


huffingtonpost.it, 24 gennaio 2022

 

Questa barbarie sta piantata nel cuore del nostro ordinamento. È un diritto penale "altro", giustapposto allo Stato di diritto. Sul destino del quale si regola un braccio di ferro tutto interno alla magistratura.

Che strano Paese quello che discute della pena di morte fuori dallo spazio pubblico, e si pretende ancora uno Stato di diritto. Eppure, da Amartya Sen a Salvatore Veca, studiosi autorevoli ci ricordano che a distinguere la democrazia dai regimi è proprio la possibilità per i cittadini di confrontarsi, con opinioni diverse, sulle questioni decisive per le sorti di una comunità. Non lo è forse la pena di morte?

Conosco a questo punto l'obiezione. Il supplizio capitale è stato abolito in Italia, prima nazione d'Europa, fin dal 1889, per merito del ministro Zanardelli, con l'eccezione di un ripristino di quattordici anni per mano del fascismo. Ma che cos'è, se non una pena di morte a lenta esecuzione, quella che costringe un essere umano in carcere dalla condanna fino all'ultimo respiro, senza un solo giorno, una sola ora, un solo minuto di libertà? Questa sorte è riservata in Italia a 1250 detenuti sui circa 1800 ergastolani, cioè due su tre. Non mancano condannati, ancora diciottenni, alla pena perpetua. Per i quali deve considerarsi quasi una fortuna che l'aspettativa di vita dietro le sbarre sia più breve che nel mondo dei liberi. Poiché altrimenti la morte liberatrice arriverà dopo cinquanta o sessanta anni.

Sono gli ergastolani del cosiddetto regime ostativo. Per la Corte europea dei diritti dell'uomo un trattamento degradante e inumano. Per la Corte Costituzionale contrario al principio per cui ogni pena deve tendere alla rieducazione del condannato, un principio che accompagna da duecentocinquanta anni il cammino della democrazia. Anche un bambino capirebbe che il "fine pena mai" e la rieducazione sono agli antipodi. Il primo racconta lo stato di natura, il secondo la civiltà. La Consulta ha dato un anno di tempo al Parlamento per modificare la legge, salvaguardando le esigenze della sicurezza. Altrimenti, ha detto, intervengo io. La politica e gli uomini del diritto ne discutono da mesi, senza che i cittadini ne vengano informati, perché nessun quotidiano a larga diffusione e nessun tg se ne occupano.

Il detenuto all'ergastolo ostativo non vedrà mai la luce del sole perché, al momento dell'arresto, non si è pentito e non ha fornito delazioni che il pm ritenesse, a suo insindacabile giudizio, utili alle indagini. Poco conta che si sia dissociato dai vincoli criminali, che abbia tenuto una buona condotta in carcere, che abbia compiuto un percorso sincero di redenzione, che magari abbia preso a studiare e che abbia rifondato il suo universo morale. Poco conta che sia un uomo del tutto diverso da quello che si è macchiato del crimine per cui è stato condannato. Se ha scelto di non accusare nessuno, magari per non esporre la propria famiglia a una vendetta trasversale, o se, questo il paradosso, non aveva nessuno da accusare - poiché, come si dice in gergo, la collaborazione era inesigibile - si getterà la chiave della cella. Nella quale è riservato a circa trecento detenuti anche il cosiddetto regime carcerario duro.

Vuol dire isolamento assoluto, sorveglianza continua, appena due ore aria, limitazione dei colloqui familiari, controllo della posta, rifiuto di disporre perfino di penne, quaderni e altri oggetti ritenuti pericolosi per la sicurezza. Per capire che cosa si intenda per "pericolosità", basti pensare che a un condannato è stato negato il libro di Marta Cartabia intitolato "Un'altra storia inizia qui". Motivando il rifiuto, il magistrato di sorveglianza ha scritto che il possesso di quel testo, in cui la guardasigilli s'intrattiene sul magistero dell'arcivescovo Carlo Maria Martini, avrebbe "aumentato il carisma criminale agli occhi degli altri detenuti".

Questa barbarie sta piantata nel cuore del nostro ordinamento da un quarto di secolo. È un diritto penale "altro", giustapposto allo Stato di diritto. È la legge dei cattivi, l'eccezione che s'impone alla regola, il simbolo di un gigantesco apparato normativo, giudiziario e burocratico che rappresenta una potente macchina di dolore umano non giustificato: l'Antimafia. Chi lo difende contro ogni obiezione utilizza due argomenti: il primo è che si tratta di una disciplina che l'Europa ci invidia. Ma non si capisce perché, se così è, nessun paese abbia pensato di applicarla. Il secondo è che dismetterlo vorrebbe dire indebolire la lotta per la legalità. E, di converso, chi osa criticarlo fa il gioco della mafia.

Capite che quest'ultimo avvertimento metterebbe chiunque con le spalle al muro. L'ex procuratore Giancarlo Caselli l'ha mosso perfino alla Corte Costituzionale, criticata per aver chiesto alla politica di abolire l'automatismo per cui chi non collabora con il pm muore dietro le sbarre. E l'ha mosso al Parlamento, a cui ha chiesto di non arretrare di un centimetro rispetto al rigore di questa norma, se non vuole offrire alla mafia "un trampolino di lancio".

È il caso di dire che il Parlamento l'ha preso in parola. Anziché spezzare il do ut des tra pm e imputato, l'ha rafforzato. Nessuno sconto di pena, nessuna liberazione dopo ventotto anni, concessa agli ergastolani comuni, se non dicono ciò che sanno e magari ciò che non sanno. Come nella migliore tradizione di una giustizia che sopravanza la verità con la delazione. Il testo di legge, su cui convergono con uguale soddisfazione destra securitaria e sinistra giustizialista, subordina la cessazione del regime ostativo alla prova, richiesta al condannato, di non fare più parte di alcuna organizzazione criminale, al parere obbligatorio del prefetto, e al parere obbligatorio e di fatto vincolante del pm. Se il pm la pensa come Caselli, il condannato non ha nessuna chance di superare il muro di divieti che la legge gli alza di fronte. A nulla servirà la sua buona condotta, perché - come obbietta il noto magistrato antimafia - "il mafioso è obbligato dal suo giuramento a non dare fastidio in carcere". A nulla varrà un percorso rieducativo, perché "il mafioso è abilissimo nel fingere una redenzione". Quanto alla dimostrazione di non essere più mafioso, si tratta appunto di una probatio diabolica, poiché per Caselli "la mafia non muore mai". Vuol dire che il mafioso non cesserà mai di essere padre, figlio, fratello, amico di mafiosi, e perciò mafioso anche lui per sempre.

L'unica mossa che può spezzare il determinismo di questo paradigma criminale è il pentimento. Anche quest'ultimo, se valgono i presupposti fin qui esposti, sarà certamente finto, ma varrà per quello che il condannato offrirà al pm, poiché solo l'offerta di una delazione ritenuta soddisfacente giustificherà lo scambio contrattuale con il premio di una liberazione anticipata. In tal caso la circostanza che il condannato uscito dal carcere dopo 28 anni sia ancora un mafioso non preoccupa la magistratura antimafia. Ciò che conta è che a decidere sulla vita e sulla morte del condannato sia il pm, e non il magistrato di sorveglianza che pure dovrebbe accertare l'avventura rieducazione. Anche se il primo della traiettoria di vita di quel detenuto sa poco o niente, perché le sue informazioni sono datate venti o trent'anni fa. Riguardano un uomo che potrebbe essere tutt'altra persona da quella che lui ha fatto condannare.

Qui si comprende come sul destino dell'ergastolo ostativo si regoli un braccio di ferro tutto interno alla magistratura. Privilegiare la delazione alla redenzione vuol dire sottomettere il giudice di sorveglianza al pm. Voi credete, cari lettori, che si stia parlando di giustizia. Vi sbagliate. Qui si parla di potere. Di potere parla il procuratore generale della Corte di Cassazione, Giovanni Salvi, all'inaugurazione dell'anno giudiziario, quando dice che "la collaborazione resta la principale prova della cesura dei rapporti con l'organizzazione mafiosa e tale prova non può essere limitata alla buona condotta nel carcere". Di potere parla ancora il Pg, quando sfiducia i magistrati di sorveglianza, cui non basterà riferirsi a "comportamenti carcerari di cooperazione o non scorretti". Poiché la certezza di "una cessazione di legami attuali e potenziali con le organizzazioni criminali può venire solo dai procuratori distrettuali e dal procuratore nazionale antimafia".

L'assist del Pg all'Antimafia è l'adesione a una chiamata alle armi in nome di un codice corporativo. C'è nel Paese una magistratura inquirente che non intende rinunciare alla funzione di tutela che la politica gli ha assegnato in una stagione di emergenza. Con questa magistratura aggressiva le istituzioni sentono di dover trattare. Anche a costo di fare propria la falsificazione demagogica di una pena inumana che serve a combattere la mafia e che invece viene è irrogata anche a chi mafioso non è. Poiché gli ergastolani mafiosi nelle carceri sono poco più di duecento. Tutti gli altri in regime ostativo, un migliaio, non sono detenuti per reati di mafia.

È questa la grande dissimulazione di un sistema securitario, proprio di un regime: dietro il paravento della lotta alla mafia, la democrazia italiana punisce i reati più gravi con una pena di morte differita, a lenta esecuzione. Perché il carcere sia il luogo dove simbolicamente confiniamo tutto il male del mondo, per non vederlo più.

Di ergastolo ostativo non sentirete parlare, perché la giustizia in Italia è diventata un non luogo, di cui vergognarsi e da cui girare al largo. La schivano i grandi grandi quotidiani, anche a costo di trasformarsi in rotocalchi dove la morte naturale di un'ex modella fa più notizia dell'inaugurazione dell'anno giudiziario. E se pure i talk show se ne occupano, la riducono alla guerra tra magistrati e politici, occultando così la tragedia di una giustizia che tradisce le sue più autentiche premesse: verità e pacificazione.