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di Alessandro Fioroni


Il Dubbio, 26 gennaio 2022

 

Ankara dovrà risarcire il giornalista Deniz Yücel arrestato nel 2017 e poi cacciato dal Paese. Mentre una fortissima nevicata ha bloccato in queste ore l'aeroporto di Istanbul, un altro tipo di gelo ha avvolto la Turchia.

Questa volta infatti non si parla di maltempo e nemmeno della preoccupante crisi monetaria che sta colpendo la lira turca ma della condanna arrivata sul regime di Erdogan da parte della Corte europea per i diritti dell'uomo (Cedu). La decisione è stata resa pubblica ieri e per Erdogan suona come l'ennesimo scontro con le istituzioni di Strasburgo.

Ancora una volta ad essere messa sotto accusa è la politica turca in materia di libertà di espressione, a poche ore dall'arresto della giornalista Sedef Kabas per "oltraggio" al capo dello Stato. Si tratta del caso che ha coinvolto un altro giornalista, Deniz Yücel, che lavorava a Istanbul come corrispondente per il quotidiano tedesco Die Welt e che fu imprigionato nel 2017 e nel 2018. Una vicenda che contribuì non poco a esacerbare i già tesi rapporti tra Belino e Ankara.

La Corte ha riconosciuto che Yücel venne 'trattenuto in custodia cautelare in assenza di motivi ragionevoli per sospettarlo di aver commesso un reato', ad essere stato violato è stato il suo 'diritto alla libertà e alla sicurezza', 'il suo diritto alla riparazione in caso di detenzione illegale' e 'la sua libertà di espressione'.

Ora la Turchia dovrà pagare al giornalista un risarcimento di 13.300 euro.

I fatti si riferiscono al 2016 quando il giornalista stava coprendo a livello informativo il fallito colpo di stato contro Erdogan che diede il via alla stagione delle grandi purghe. I sui articoli spesso critici nei confronti del presidente turco non furono per nulla graditi alle autorità che proprio in quei mesi erano impegnate in un durissimo giro di vite contro qualunque voce non allineata. Yücel, come ha ricordato la Corte di Strasburgo, fu dunque incarcerato senza un motivo plausibile e privato del diritto alla difesa.

Un anno dopo l'arresto, avvenuto nel 2017, il giornalista venne rilasciato e fu autorizzato a lasciare la Turchia per tornare in Germania, ma di fatto venne cacciato dal Paese. Nel maggio 2019, la stessa Corte costituzionale turca stabilì che il corrispondente turco- tedesco aveva subito una violazione del suo diritto alla libertà e alla sicurezza, nonché del suo diritto alla libertà di espressione e di stampa.

Nel luglio 2020 però è arrivata un'altra doccia fredda, un tribunale di Istanbul infatti ha condannato Yücel in contumacia a due anni, nove mesi e 22 giorni di carcere per ' propaganda terroristica', il capo di imputazione fittizio che negli ultimi sei anni ha colpito decine di migliaia di persone. La sua colpa sarebbe stata quella di essersi avvicinato, non si sa in quali forme, al Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), considerato un gruppo ' terrorista' da Ankara ma anche dai suoi alleati occidentali. Fu un processo a dir poco pretestuoso che scatenò nuove tensioni diplomatiche tra Turchia e Germania.

Troppi dunque i precedenti nel corso degli anni per non far agire seppure lentamente la Cedu i cui giudici hanno spiegato dettagliatamente le ragioni della condanna emessa nei confronti di Ankara. 'La privazione della libertà del giornalista è considerata un'interferenza nell'esercizio da parte di quest'ultimo del suo diritto alla libertà di espressione' ha spiegato la Corte paneuropea che ha anche ricordato come 'la detenzione preventiva di voci critiche crea molteplici effetti negativi, sia per la persona detenuta che per la società nel suo complesso'.

Per l'organo giudiziario del Consiglio d'Europa 'infliggere una misura che comporti una privazione della libertà produce inevitabilmente un effetto deterrente sulla libertà di espressione intimidendo la società civile e mettendo a tacere le voci dissenzienti'.